martedì 21 novembre 2017

Tav veneta, ne parlano Ponti e Venosi

Giovedì 23 novembre a Vicenza alle ore 17, 45 presso i Chiostri di Santa Corona in contrà Santa Corona 4,  si terrà un incontro con Marco Ponti ed Erasmo Venosi sul tema del passaggio della Tav tra Verona, Vicenza e Padova. I dettagli dell'evento nella locandina acclusa.

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domenica 19 novembre 2017

BpVi, Banca Nuova, Veneto Banca: i conti dell'intelligence e l'affaire Etruria

È molto bizzarra o non lo è affatto, dipende dai punti di vista, la coltre di silenzio sul caso servizi segreti, BpVi, Banca Nuova, deflagrato a seguito di due servizi de La Verità e da Il Sole 24 ore. Una coltre squarciata da pochi articoli tra cui uno pubblicato ieri da Il Fatto in pagina 9.

Dallo stesso servizio si apprende che su ordine della procura di Roma vi sarebbero state perquisizioni nelle sedi de Il Sole con l'ipotesi di reato di rivelazione di documentazione coperta dal segreto di Stato. In questo contesto appare singolare la mancata levata di scudi da parte della categoria dei giornalisti: anzitutto alla luce del principio che il diritto all'informazione e alla libertà di espressione, sono due beni giuridicamente preminenti anche rispetto alla sicurezza dello Stato. Si tratta di una cosa ovvia, già ribadita più volte dalla Corte europea dei diritti dell'uomo secondo la quale «la libertà di stampa in quanto essa assicura il doppio diritto a realizzare la libertà di espressione del reporter e quello della collettività di ricevere informazioni di interesse generale».

E rimanendo in tema di banche merita una lettura tutta d'un fiato un servizio pubblicato oggi a pagina 19 su La Nuova Venezia a firma di Renzo Mazzaro. Il quale nell'ambito dell'affaire Banca Etruria -Veneto Banca disvela un lungo fil rouge che va dell'ex ad di Veneto Banca Vincenzo Consoli fino all'ex legale di quest'ultimo, ovvero l'avvocato Massimo Malvestio, da tempo uno dei consigliori del governatore leghista del Veneto Luca Zaia. Tuttavia nel servizio di Mazzaro compaiono tra gli altri anche i nomi dell'ex presidente di VeBa Flavio Trinca, degli ex gemelli della finanza veneta Andrea De Vido ed Enrico Marchi, dell'imprenditore vicentino Claudio Biasia.

Più nel dettaglio Mazzaro focalizza la sua attenzione sul soccorso di alcuni imprenditori del Nordest sotto forma di acquisiti di azioni di Etruria in qualche modo garantiti da Veneto Banca. In un audit MEnzionato da Mazzaro si legge per di più che meno evidente appare la correlazione con l'operazione di acquisto da mezzo milione di euro perfezionata da Malvestio. Il quale alla Nuova spiega di avere usato soldi suoi. Sarebbe interessante capire se Magistratura e commissione di inchiesta parlamentare sulle banche vorranno accendere i loro riflettori sull'ennesimo cono d'ombra made in Veneto.

Marco Milioni

venerdì 17 novembre 2017

Servizi popolari

Alla luce delle recenti rivelazioni de La Verità e de Il Sole 24 ore sull'affaire BpVi-servizi segreti e alla luce di alcune considerazioni che ho espresso al riguardo in una intervista a Vicenzatoday.it, ci sarebbe ancora qualcosina, anzi molto da aggiungere al riguardo. Se da una parte è giornalisticamente interessante come fa La Verità, evidenziare il fil rouge che da BpVi porta sino alla Bnl, credo che sia anche utile ricordare che proprio la Bnl sui media italiani, erano i primi anni '90, fu protagonista di uno scandalo di portata mondiale.

Scandalo che interessò il finanziamento qualche anno precedente di una colossale partita di armi a favore dell'allora regime di Saddam Hussein, all'epoca dittatore iracheno assai vicino agli Usa. Alle spalle della maxi commessa militare c'erano appunto gli Stati uniti, che avrebbero architettato quel traffico per foraggiare i rifornimenti bellici di Saddam in chiave anti iraniana.

Nel servizio de Il Sole invece c'è un passaggio che nei prossimi giorni andrà riletto più e più volte. Anche in relazione al ginepraio che è diventata l'inchiesta penale su BpVi: «Insieme a schiere di anonimi sparsi in tutta Italia, tra i beneficiari dei versamenti ci sono i nomi di contabili del ministero dell’Interno» a loro volta «inquadrati nel ruolo unico del contingente speciale della Presidenza del Consiglio dei ministri». E ancora «personale della Protezione civile e del Dipartimento Vigili del fuoco, funzionari del Consiglio superiore della Magistratura. Poi avvocati, dirigenti medico-ospedalieri, vertici di autorità portuali e di istituzioni musicali siciliane. Ci sono giovani autori e registi di fortunatissimi programmi di infotainment di tv nazionali private, conduttori di trasmissioni di successo sulla radio pubblica, fumettisti vicini al mondo dei centri sociali».

Da questo punto di vista è interessante leggere che cosa scrive L'Antidiplomatico al riguardo, il quale allude ad una centrale delle Fake news pilotata dall'alto. Tuttavia compulsando ancora Il Sole non è da sottovalutare ciò che viene descritto in tema di «vertici dell’intelligence italiana, dotati di poteri di firma sui conti, e alti funzionari territoriali dei Servizi e delle forze dell’ordine: ufficiali del Carabinieri con ruoli in sedi estere, ispettori della Polizia di Stato coinvolti nel processo dell’Utri del 2001, dirigenti dell’ex centro Sisde di Palermo già noti alle cronache per vicende seguite all’arresto di Totò Riina. C’è pure un anziano parente del “capo dei capi” di Cosa Nostra (o qualcuno con lo stesso nome). E ci sono impiegati di Banca Nuova. O, ripetiamo, loro omonimi».

Tra le tante cose da chiarire bisognerebbe capire che c'azzecchino anzitutto con l'intelligence i funzionari del Consiglio superiore della magistratura visto che quello giudiziario è un potere, un ordine sarebbe meglio dire, autonomo e nettamente indipendente dal potere esecutivo e da quello legislativo. Su che cosa poi i servizi segreti abbiano avuto a che fare con conduttori radiofocnici, autori televisivi, forse giornalisti, vertici di autorità portuali, e addirittura esponenti vicini alla galassia dei centri sociali forse non è impossibile da immaginare. Certo è che la Commissione bicamerale sulle banche avrebbe un interesse primario a diradare tali dubbi. Fermo restando che per alcuni ambiti, come i rapporti col Csm, non è minimamente pensabile di invocare il segreto di Stato.

Sul piano mediatico poi è interessante il botta e risposta andato in scena sulle colonne del Corriere Veneto tra il deputato di Scelta civica Enrico Zanetti e il senatore di area centrosinistra Felice Casson. Sono entrambi veneti. Il primo è un ex sottosegretario del già primo ministro Mario Monti. Il secondo un ex magistrato che indagò le trame della eversione nera anche nei suoi rapporti con ambienti atlantici. Zanetti commentando le ultime rivelazioni sull'affaire BpVi-servizi segreti dà ad intendere di avere qualche preoccupazione e parla di «coincidenza straordinaria». Casson, che tra l'altro fa parte del comitato interparlamentare di controllo sull'intelligence parla invece di «complottismo puro e semplice».

Marco Milioni


mercoledì 15 novembre 2017

L'istituto di Zonin era la cassaforte di tutti i servizi segreti

Adriano Santini, Giorgio Piccirillo, Giovanni De Gennaro, Arturo Esposito, Bruno Branciforte, Enrico Savio. E poi una serie di altissimi funzionari, 12 per la precisione, abituati a gestire con la massima riservatezza fondi per decine di milioni. Se uno vuole imbattersi nei vertici dei servizi segreti italiani dal 2008 al 2015 ci sono due strade: o si prova a entrare nella sede di Dis, Aise, Aisi e si vanno a guardare le foto appese alle pareti delle anticamere dei rispettivi direttori, oppure ci si reca a Banca nuova, gruppo Banca popolare di Vicenza, filiale 0805 di via Bissolati numero 8 a Roma. È qui, a 50 metri dalla sede del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (Dis), che fino a tutto il 2014 erano custoditi i conti bancari delle nostra intelligence, insieme a larga parte dei soldi gestiti dalla presidenza del Consiglio dei ministri.

I 120.000 SOCI SUL LASTRICO
I governi avevano un rapporto stretto con Gianni Zonin e la sua banca sicula, quella che l' ex presidente della Popolare vicentina più aveva nel cuore perché la considerava la sua creatura e la vera origine del proprio potere, e ha tagliato questo legame solo quando la Bce di Mario Draghi ha alzato il velo sui giochi di prestigio vicentini. Ma intanto oggi si può dire che le amicizie del Grande vignaiolo di Gambellara non si limitavano a magistrati, ispettori di Bankitalia, ufficiali dei carabinieri e della Gdf, ma si estendevano ai servizi segreti e alla presidenza del Consiglio.

E forse anche la storia di quei conti riservati, che La Verità ha ricostruito, può aiutare a capire come sia stato possibile che la popolare vicentina abbia scavato una voragine da oltre 6 miliardi di euro, azzerando i risparmi di 120.000 soci. Una crisi nata da una serie di pratiche scorrette, denunciate già all' inizio degli anni Duemila da diversi soci e dall' ex direttore generale Giuseppe Grassano, e sulle quali il magistrato Cecilia Carreri è stata fermata con metodi poco ortodossi dai suoi stessi colleghi, dopo una micidiale «spiata» su una sua presunta falsa malattia. Perché solo ipotizzare di mandare a processo Zonin era follia.


BRUNO BRANCIFORTE
Banca Nuova, che oggi ha un centinaio di sportelli tra Sicilia e Calabria, nasce nel 2000 e l' anno dopo compra la Banca del popolo di Trapani, che nel 2001 verrà fusa per incorporazione. È la sfida più ambiziosa di Zonin, che nel 1997 aveva comprato una splendida tenuta, chiamata Principi di Butera, in provincia di Caltanissetta. Poco lontano, nel 2002, scenderà a comprare vigne anche il suo grande amico Paolo Panerai, editore di Class-Mf. Ma Zonin stringe rapidamente amicizia anche con Mario Ciancio Sanfilippo, proprietario della Sicilia, monopolista delle affissioni e sotto inchiesta dal 2007 per concorso esterno in associazione mafiosa, e con gli Ardizzone, che invece possiedono Il Giornale di Sicilia.

AMICI A PALERMO
Per gli affari importanti, Zonin capisce ben presto che il fulcro della Sicilia è Trapani, a cominciare dall' aeroporto, per il quale si affida all' avvocato Paolo Angius, ex consigliere della Vicenza. Per la politica e i poteri dello Stato, invece, l' epicentro è Palermo. E allora ecco i rapporti stretti con Totò Cuffaro, ex presidente della Regione poi condannato per mafia, con Renato Schifani, le cui due nuore hanno lavorato per Banca nuova, con Raffaele Lombardo (l' ex moglie Rina era promoter di Banca nuova), con l' ex sindaco di Palermo Guido Cammarata (figlia assunta in banca) e con una serie di comandanti dell' Arma e della Finanza, tra i quali spunta perfino il caso di un generale padrone di casa di una filiale dell' istituto nella Sicilia orientale.
tenuta Principi di Butera

TENUTA PRINCIPI DI BUTERA
Tra gli imprenditori, ecco poi i rapporti stretti con Francesco Ginestra, ex presidente Snai e scopritore del mitico cavallo Varenne, e con il «re della sicurezza» Rosario Basile, presidente di Ivri e Ksm security. Per i soldi, invece, bastava e avanzava il Veneto, che infatti è stato ampiamente tosato, mentre dalla sicula Banca nuova, misteriosamente, non si è praticamente levato un lamento. Anche qui sono state fatte delle «baciate», ma c' erano dei patti di riacquisto delle azioni Bpvi che hanno funzionato. E nessuno si è fatto male. L' abilità di Zonin in Sicilia è confermata anche dal fatto che, a parte per un mese e mezzo all' inizio, lui non è mai figurato negli organi sociali dell' istituto, dove invece ha piazzato per quasi tre lustri il fidatissimo Marino Breganze alla presidenza.

FRANCESCO GINESTRA
Tornando ai nostri servizi segreti, va detto che avevano storicamente i loro conti principali alla Bnl. Ma quando l' ex Banca del lavoro finisce nelle mani di Paribas, devono ovviamente migrare in un istituto non solo fidato, ma italiano. Intorno ai primi mesi del 2007, la presidenza del Consiglio, e a ruota l' intelligence, cominciano a spostare i soldi. Al governo c' è Romano Prodi, sottosegretario Enrico Letta e la delega ai servizi è affidata a Enrico Micheli, ex direttore generale dell' Iri. Il governo di centrosinistra cade a maggio del 2008 e a Palazzo Chigi tornano Silvio Berlusconi e Gianni Letta. Ed è con loro che Zonin, che è stato anche vicepresidente di Bnl, piazza il colpo vincente, grazie anche ai buoni rapporti con un altro nisseno, Nicolò Pollari, capo del Sismi (oggi Aise) dal 2001 al 2006.

Banca nuova possiede a Roma una sola filiale, quella di via Bissolati, ma è un' agenzia «pesante» e non solo perché sorge a due passi dall' ambasciata Usa e ospita i conti di decine di funzionari americani. La Verità ha potuto consultare l' anagrafica dei conti della presidenza del Consiglio dei ministri e dei servizi segreti, oltre alla loro movimentazione. Si tratta di conti istituzionali e, per quello che è stato possibile controllare, usati per fini normali. C' è il conto «1.384.xxx» intestato all' Aise dove potevano operare il direttore Adriano Santini e il suo capo dell' amministrazione a partire dal 23 febbraio 2010. Il rapporto è stato aperto il 16 gennaio 2009 e ha due importanti caratteristiche: è esente dalla registrazione antiriciclaggio e dalla segnalazione all' anagrafe tributaria.


GIORGIO PICCIRILLO
Ma in questo i conti dei servizi si somigliano tutti. L' Aisi aveva un conto a Banca nuova almeno dal febbraio 2009, e potevano operarvi il capo, Giorgio Piccirillo (un tempo grande amico di Zonin), e cinque collaboratori. Per il Dis, ecco il conto intestato all' allora direttore Gianni De Gennaro il 16 gennaio 2009, con due delegati a operare. E poi ecco quelli di Arturo Esposito, capo dell' Aisi dal 2012 al 2016 (e comandante dei carabinieri in Sicilia dal 2004 al 2008) e dei suoi dirigenti di fiducia. Conti a Banca nuova anche per Bruno Branciforte, l' ammiraglio che ha guidato l' Aise dal 2006 al 2010, e per svariati suoi collaboratori. E sui conti di via Bissolati compare anche la firma di Enrico Savio, uomo di fiducia di De Gennaro e oggi vicedirettore del Dis.

CENE E OROLOGI
I movimenti su questi conti, dei servizi come di Palazzo Chigi, sono abbastanza prevedibili: stipendi, rimborsi spese, giroconti con i fondi annuali destinati a servizi, acquisti o leasing di automobili e motociclette, acquisti di orologi preziosi, spese condominiali, cene al ristorante (compreso un bonifico alla trattoria Sora Lella di Trastevere da 873 euro a titolo di «acconto») e pagamento di fatture a fornitori vari.

ASSEMBLEA POP VICENZA
Niente pagamenti di «consulenze» o «informazioni»: quelli avvengono in contanti, anche se i soldi ovviamente provengono da qui. In totale, si trattava di decine di milioni di euro l' anno. Un dato indicativo è questo: Banca nuova ha una raccolta totale intorno ai 3,5 miliardi di euro e di questi oltre 1 miliardo arriva dai servizi di tesoreria. È un sintomo del suo peso «politico». Le informazioni sui movimenti finanziari dei servizi sono dati sensibili e questo forse spiega perché il governo ha preferito tenere a tutti i costi in mani italiane la Bpvi, «venduta» per un euro a Banca Intesa insieme con Veneto Banca. A quanto risulta, i conti del governo e dei servizi sono stati chiusi nel 2014. Se così fosse, è interessante notare che i governi Berlusconi, Monti e Letta junior sono rimasti fedeli clienti di Zonin, mentre è stato Matteo Renzi a recidere i cordoni.

PUZZA DI BRUCIATO
È probabile, e anche augurabile visto che qui si parla di intelligence, che a Palazzo Chigi già nel 2014 qualcuno avesse sentito puzza di bruciato, anche perché un generale ha visto sfumare 300.000 euro di risparmi personali investiti alla Vicenza. Così, i soldi hanno preso destinazioni più sicure. E di sicuro c' è anche che Renzi ha messo il nome di Zonin sul proprio libro nero a gennaio del 2015, quando il banchiere ha osato criticare la riforma delle banche popolari. È stato lì che Zonin ha smesso di essere un cosiddetto banchiere di sistema ed è rimasto «solo» un banchiere che conosce tanti segreti. Indagato per aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza, fa liberamente la spola tra gli Stati Uniti e l' Italia e nessuna Procura gli ha sequestrato un centesimo. In attesa della prescrizione, non ci sarebbe da stupirsi se prima o poi invocasse il segreto di Stato.

fonte La Verità di mercoledì 15 novembre 2017; pagina 5

sabato 4 novembre 2017

I fornitori di Miteni al centro della discussione in Ecomafie


Ieri sui media veneti facevano capolino le dichiarazioni di Manuel Brusco, l'esponente del M5S, a capo della commissione speciale Pfas istituita presso il consiglio regionale del Veneto. «Abbiamo incontrato i lavoratori, che sono toccati in modo diretto da questa situazione» aveva dichiarato Brusco alla stampa due giorni orsono. Tuttavia sono di ben altro tenore gli spunti che emergono da un'altra commissione. Ovvero quella bicamerale dedicata al ciclo dei rifiuti, più nota come Commissione ecomafie.

La seduta è quella del 15 settembre 2017 i cui verbali sono stati messi in chiaro sul sito web di Montecitorio pochi giorni fa. Più nel dettaglio sono stati messi in chiaro i verbali con le audizioni dei manager di Miteni spa, la fabbrica di Trissino nel Vicentino, finita al centro di un maxi caso di contaminazione da derivati del fluoro, i Pfas appunto, che ha interessato tutto il Veneto centrale. Sulla vicenda peraltro sta indagando la magistratura berica supportata dai Carabinieri del nucleo ambientale regionale, il Noe.

Ma perché l'audizione dei manager Miteni è così importante? Anzitutto va precisato che durante la sessione sono stati ascoltati l'amministratore delegato Antonio Nardone e il dirigente responsabile della sicurezza Davide Drusian: entrambi sono sotto indagine da parte della procura della città palladiana.

A pagina 16 dello stenografico c'è un passaggio significativo in cui il vice-presidente della Ecomafie, il deputato del M5S Stefano Vignaroli (che in quel momento assume l'incarico di presidente pro-tempore), chiede conto della filiera degli scarti di lavorazione della Miteni, nonché del ciclo delle acque di lavorazione, un aspetto che era stato sondato poco nel passato. A rispondere è proprio il dottor Drusian: «Vengo al ciclo delle acque. Il ciclo delle acque reflue è così gestito all’interno dello stabilimento: tutte le acque dello stabilimento, acque di processo e acque di dilavamento, vanno in un impianto di trattamento chimico-fisico». Poi la descrizione assume una valenza più tecnica: «... L’impianto di trattamento chimico-fisico è un impianto che neutralizza l’acqua, perché ha una caratteristica di acidità. Una volta che l’acqua è stata caratterizzata, si formano dei fanghi e l’acqua successivamente viene inviata a dei filtri a sabbia e poi a dei filtri a carbone e di qui viene immessa nella conduttura fognaria». Di seguito c'è un passaggio che riguarda i Pfas nello specifico: «... Le acque che, invece, provengono dall’impianto per fluorurati, ossia le acque che possono contenere tracce di composti perfluoro-alchilici, prima di essere trattate nell’impianto di trattamento interno, così come ve l’ho appena descritto, vengono filtrate su delle resine cosiddette copolimeri. Si tratta di resine specifiche per la rimozione dei composti perfluoro-alchilici delle acque. I copolimeri, una volta che si sono saturati, una volta che sono esauriti, li mandiamo a smaltimento, purtroppo non in Italia, perché non ci sono impianti. Ci appoggiamo alla piattaforma italiana che dopo va a smaltimento in Europa».

Ed è dopo questo passaggio che va in scena un vero e proprio scontro dialettico tra Drusiàn e il deputato del M5S. Quest'ultimo infatti chiede di sapere quali siano «le piattaforme» ovvero le società incaricate del trasporto dall'Italia verso l'estero degli scarti di lavorazione». Drusian cerca di procrastinare la risposta tanto che Vignaroli mettendo in un certo qual imbarazzo il manager di Miteni, questi sono i rumors giunti dalla commissione,  è costretto a prendere nuovamente la parola.

Dopo qualche istante Drusian è de facto obbligato a capitolare e a rivelare i nomi:  «Sadi era il vecchio nome di una che sta a Orbassano, in provincia di Torino: adesso si chiama Ambienthesis. Andiamo, quindi, all’Ambienthesis, che poi generalmente va a termocombustione, o può andare all’impianto di Tredi, che si trova in Francia, a Lione, oppure, ma più raramente, anche in Germania... Nel caso specifico dei copolimeri, ossia delle resine esauste, essi fanno generalmente questa strada. Vanno in Ambienthesis... Per i carboni attivi abbiamo due possibilità. Una è con il fornitore che ci fornisce anche il carbone vergine, un impianto a Ravenna che si chiama Cabot Norit, oppure li possiamo mandare presso un altro impianto che va direttamente a termo-distruzione. Anche questa è una piattaforma che si trova a Milano. Fa parte del gruppo Suez. Era la vecchia Ecoltecnica, se non ricordo male. Può andare o in Francia, o in Germania, in base alle notifiche aperte per andare all’estero. I rifiuti che produciamo, soprattutto i rifiuti chimici, vanno tutti all’estero a termodistruzione. Ci appoggiamo alle piattaforme perché hanno le notifiche per andare all’estero già aperte.

Ma chi sono i gruppi menzionati da Drusian? Il gruppo Sadi, in seguito divenuto Ambienthesis, fu al centro di uno dei più clamorosi scandali ambientali della Lombardia. É l'affaire Santa Giulia di cui parla diffusamente Bergamonews nel 2009, l'Espresso nel 2010 e ancora nel 2010 Il Fatto quotidiano. Si tratta di una partita, al centro di un ginepraio giudiziario infinito in ambito panale, civile ed amministrativo, la quale partita è ancora a tutt'oggi in corso. Basti pensare alla querelle attorno all'utilizzo dei terreni di riporto, considerati rifiuto da un provvedimento del tar lombardo dell'anno passato. Senza contare il fatto l'affaire Santa Giulia, almeno secondo gli inquirenti, si è rivelato un intricato ordito di illeciti non solo ambientali ma anche fiscali, il tutto condito con indagini che hanno colpito un centinaio di persone tra cui alcuni nomi eccellenti. Anche Paolo Barbacetto, noto giornalista d'inchiesta de Il Fatto, in più occasioni ha approfondito l'argomento.

Il nome Ecoltecnica finisce invece in due distinti servizi, sempre dedicati alla materia ambientale; il primo è del Corsera ed è datato 20 luglio 2009. Il secondo invece è firmato da Davide Milosa de Il Fatto e porta la data del primo di aprile 2014. In quest'ultimo articolo compare un'altra vecchia conoscenza delle cronache regionali venete e Lombarde, la Daneco, al centro, tra le altre, dell'affaire Pescantina Ca' Filissine. Rimane da capire adesso se la collaborazione di Miteni con i gruppi menzionati da Drusian sarà considerata o meno imbarazzante dagli attivisti che da mesi imputano alla Miteni un approccio non sufficientemente rigoroso rispetto alla vicenda che la vede protagonista. Una vicenda che ha avuto anche un risvolto internazionale. Basti pensare alla trasferta italiana di Robert Bilott (in foto il secondo da destra), l'avvocato americano che ha patrocinato un gruppo di famiglie contaminate da Pfas, nella vicenda cugina del caso Miteni, che ha toccato gli Usa diversi anni orsono

Marco Milioni

domenica 29 ottobre 2017

Pfas e plasmaferesi: Mantoan non vuol dire se l'ha provata su di sé... E con quali effetti

È la fine di agosto. Sui media regionali si torna a parlare del caso di contaminazione da derivati del fluoro che ha investito il Veneto centrale. Sui quotidiani tiene banco la querelle attorno alla possibilità di utilizzare o meno la plasmaferesi. Si tratta di quella particolare procedura terapeutica grazie alla quale è possibile, detta alla grossa, filtrare e pulire il sangue, rimuovendo così dalla circolazione elementi nocivi. Una procedura che, si legge in quei giorni sui quotidiani, permetterebbe di purificare il sangue dei soggetti esposti da Pfas da quei derivati del fluoro considerati dannosi.

Ed è proprio attorno alla plasmaferesi nota anche come «aferesi» o «plasma exchange» che due mesi fa divampa la polemica sulla sperimentazione clinica avviata dal servizio sanitario regionale su input della stessa Regione Veneto. Questa strada infatti non convince tutti perché pubblicazioni scientifiche sull'utilizzo dell'aferesi per rimuovere dal sangue, o meglio dal plasma, le sostanze perfluoro-alchiliche, non ce ne sono. A confermare l'assenza di pubblicazioni relative allo specifico è anche il segretario generale della sanità della Regione Veneto, il dottor Domenico Mantoan, che ha un lungo curriculum alle spalle, nella seduta della Commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti, nota anche come Commissione ecomafie, del giorno 15 settembre 2017, data in cui l'organo bicamerale è in missione a Vicenza.

IL SILENZIO DI MANTOAN
Un aspetto singolare della vicenda è il botta e risposta che vede impegnato lo stesso Mantoan ed il vicepresidente della commissione Stefano Vignaroli del M5S. Quest'ultimo chiede al segretario generale della sanità veneta: «A me risulta, dottor Mantoan, che lei abbia fatto questa plasmaferesi. Vorrei sapere se aveva questi requisiti, perché l'ha fatta e se il fatto di aver smesso, come sembra, dopo tre sedute, è la procedura normale o ha avuto delle controindicazioni. In particolare, quindi, mi interessa anche sapere se ci sono effetti collaterali... e qual è la pubblicazione scientifica o quali sono gli studi riguardo questa plasmaferesi» applicata ai Pfas. La replica di Mantoan arriva astretto giro: «Sul fatto che io abbia fatto o non abbia fatto la plasmaferesi non rispondo». In questa circostanza Vignaroli evita di mettere in difficoltà Mantoan, tuttavia, letta in filigrana, la domanda del vicepresidente finisce per mettere in cattiva luce la procedura sperimentale adottata, quantomeno perché il direttore, interrogato sui possibili effetti della medesima su sé stesso, evita accuratamente di rispondere.

All'alto funzionario regionale viene anche domandato, sempre da Vignaroli, di precisare il contesto in cui i medici del servizio sanitario regionale abbiano suggerito un approccio sperimentale con il plasma exchange: «Relativamente alla plasmaferesi, l’abbiamo offerta perché i trasfusionisti ci hanno detto che questa potrebbe essere l’unica metodica che permette l’allontanamento dei Pfas... I criteri con cui si è offerta la plasmaferesi alla popolazione sono stati stabiliti da una commissione tecnica e sottoposti al vaglio del comitato etico della regione Veneto». Vignaroli ad ogni modo in questa circostanza evita di domandare al dirigente di produrre la documentazione relativa ai pronunciamenti della commissione tecnica e di quella etica.

MORTALITÀ PER I DIPENDENTI? LA DOMANDA DELLA LEGA
Tuttavia lo stenografico è ben lungo. E ci sono altri aspetti rilevanti. Per esempio a pagina 20 del verbale è il commissario Paolo Arrigoni, senatore del Carroccio ad interpellare Enzo Merler, l'epidemiologo in forza al servizio sanitario regionale responsabile scientifico del progetto «Valutazione della biopersistenza e dell'associazione con indicatori dello stato di salute di sostanze fluorurate in addetti alla loro produzione». In altri termini è lo specialista incaricato di realizzare uno studio sui dipendenti della Miteni e sulle eventuali ripercussioni negative in questi ultimi rispetto alla presenza di Pfas. La domanda di Arrigoni a Merlér è molto circostanziata: «...  L'analisi sulla mortalità dei dipendenti che lei sta conducendo evidenza o no delle problematiche? Il procuratore - il riferimento è al procuratore berico Antonino Cappelleri - che ieri abbiamo audito, che immagino abbia avuto delle anticipazioni, ha detto che, in ordine all'analisi sulla mortalità, parrebbe non ci siano particolari problematiche».

RISPONDE MERLER
La risposta del dottor Merler è molto lunga, ma merita di essere menzionata integralmente: «L'azienda, nel 2016, ha per la prima volta effettuato una determinazione di PFOA e PFAS nel sangue di tutti i dipendenti. Negli anni precedenti, dal 2000 al 2016, effettuava questa valutazione nel gruppo addetto alla produzione, con una qualche estensione successiva ad alcuni altri... utilizzati come controllo. Dati sul livello nel siero dei dipendenti Miteni per perfluorurati sono disponibili per i dipendenti presenti al lavoro nel 2016. La regione ha incluso tra le attività da svolgere quella di arrivare a una determinazione, se le persone aderiranno, di livelli di Pfoa e Pfas, ma non totali, come ha sempre fatto la Miteni, bensì sull'insieme dei diversi isomeri che l'Istituto superiore di sanità ha deciso di indagare negli ex esposti lavoratori. Se ci sarà un'adesione, si potrà disporre di dati sull'insieme dei dipendenti Miteni non solo nel gruppo che è stato addetto alla produzione. Per quanto riguarda i Btf, ovvero i benzotrifloruri, sono stati prodotti dall'azienda in decine di migliaia di tonnellate per anno e sono presenti nell'inquinamento delle acque indagato dal '77 in avanti, e quindi fanno parte dell'assorbimento di sostanze che hanno, da un lato, i lavoratori e, dall'altro, la popolazione generale. È, quindi, di interesse comprendere se queste sostanze, per le quali appunto ho indicato prima che da quarant'anni si dice che devono essere svolti approfondimenti per comprendere il loro profilo tossicologico, sono un problema per i lavoratori e, essendo presenti nelle acque della zona, anche potenzialmente per la popolazione generale. Per quanto riguarda le problematiche, il nostro lavoro ci è stato richiesto dalla regione, alla quale abbiamo riferito i risultati sia nelle occasioni dei convegni che ho richiamato, sia comunicando in maniera estesa, cioè inviando un testo predisposto apposta che riferisse dei risultati del lavoro, che sta avendo dei passaggi successivi. L'ultimo, questo del confronto con la mortalità dei dipendenti dell'Officina Grandi Riparazioni, è stato appena terminato, comunicato al convegno...  ed è stato riferito nei risultati in maniera estesa alla Regione Veneto. I passaggi successivi, come quello che avete nominato, di che cosa sia a conoscenza della procura: avvengono nel passaggio dalla regione alla procura e nel passaggio nostro di contatti che per lavoro ci viene chiesto di tenere tra noi e i carabinieri del Noe, passaggi che sono stati svolti».

COLLABORAZIONE TRA REGIONE E MAGISTRATURA
Segue un intervento del presidente della commissione, il deputato Alessandro Bratti (Pd), il quale pone alcuni quesiti: «Credo che la questione della procura sia interessante. Ieri, il procuratore ci ha anche spiegato, relativamente all'interlocuzione con la regione, quindi presumo anche con voi, delle difficoltà della parte dell'indagine che riguarda gli aspetti più di carattere sanitario, dicendo che la regione gli dice che ci vorranno altri due anni per completare le informazioni per poter avere certezza nel percorso giudiziario e aprire... Come sapete, dal punto di vista sanitario la procura ha nominato un suo perito. Da quello che ci dite, mi sembra di capire che in realtà ci potrebbero già essere elementi per chiudere delle fasi preliminari d'indagine anche su quest'aspetto. Al di là della conoscenza, probabilmente non esaustiva, dell'attività di queste sostanze su eventuali meccanismi, come veniva ricordato, dal punto di vista metabolico, mi sembra di capire da quello che ci dite che una rilevanza sanitaria c'è, che quando c'è una presenza di certe concentrazioni di queste sostanze, poi c'è nel tempo una serie di alterazioni che voi ci avete indicato. Voi state collaborando con la procura? Fornite dati? Non fornite dati? Qua qual è la situazione?»

La replica è affidata ancora a Mantoan: «Tutto quello che abbiamo fatto in questi anni, l'abbiamo regolarmente trasmesso in procura. C'è un'interlocuzione costante tra la dottoressa e i pubblici ministeri che si occupano dell'inchiesta, con i Noe e via discorrendo... Non so che cosa abbia detto il procuratore ieri. Il programma di sorveglianza sulla popolazione è fatto per evitare malattie. Io spero, alla fine dei due anni, non che vengono fuori malattie, ma che non ce ne siano... Noi siamo molto convinti, ve lo abbiamo detto, che queste sostanze alterino il metabolismo e non provochino direttamente il cancro, come si ipotizzava un paio di anni fa.
Come vi ha detto la dottoressa Francesca Russo», direttrice della direzione prevenzione e sicurezza alimentare veterinaria area sanità e sociale, della Regione Veneto, «è come se questa popolazione avesse vissuto con un fattore di rischio in più... Lo dimostra il 20% di aumento delle malattie cardiovascolari rispetto a popolazioni di altro tipo».

Marco Milioni

sabato 28 ottobre 2017

Pfas e altro: la scia lunga e la magistratura veneta

(m.m.) Ieri Vvox.it ha pubblicato un servizio a mia firma nel quale ho cercato di realizzare una disamina il più puntuale possibile del contenuto della relazione della Commissione ecomafie relativamente alla trasferta vicentina del 14 settembre. Per chi è interessato all'argomento nel servizio troverà anche i link all'intero resoconto. Da questo punto di vista sarebbe bene una lettura da parte di tutti perché tante sono le sfaccettature rilevabili e diversa è la sensibilità di chi legge. Fra i vari spunti interessanti va segnalato il rapporto non facilissimo tra la procura e gli investigatori del Noe: più prudente la prima, più effervescenti, parrebbe di capire, sul piano investigativo i secondi. Ci sarebbero alcune considerazioni da fare poiché la situazione descritta pare un flashback di altre inchieste in capo alla procura berica, Borgo berga, Bpvi, ma anche tante altre indagini del passato recente o di quello meno recente. Che cosa verrebbe fuori dalla carte se si potesse analizzare col supporto di giuristi indipendenti e di chiara fama, l'operato non solo delle toghe requirenti ma anche di tutti i magistrati giudicanti? Il che vale tra l'altro anche per altri distretti giudiziari del Veneto. Ad ogni buon conto, sempre in tema di Pfas, segnalo in servizio assai interessante pubblicato ieri da L'Arena e firmato dal collega Luca Fiorin.

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