venerdì 30 dicembre 2011

Tar Lazio: stop alla Pedemontana Veneta

Stop clamoroso per la Pedemontana Veneta. Lo ha deciso il Tar del Lazio con una sentenza del 24 dicembre che è stata resa pubblica ieri. A ricorrere alla magistratura amministrativa era stato Patrizio Zen un residente a Loria nel Trevigiano, il quale aveva sollevato il problema di una serie di incongruità nel tracciato che lo interessava, ma anche nell'iter che aveva condotto alla nomina del commissario Silvano Vernizzi. Ed è per questo motivo che in queste ore la notizia sta facendo il giro dei media trevigiani. La stessa notizia però si riverbera direttamente su tutto il tracciato della Spv, un tracciato che per la maggior parte interessa la provincia berica, area Bassanese inclusa. A rivelare ulteriori dettagli è il portale on-line de La Tribuna di Treviso sul quale oggi si legge che i giudici amministrativi hanno considerato «illegittima la dichiarazione dello stato di emergenza nel settore del traffico e della mobilità nel territorio dei comuni di Treviso e Vicenza, firmata dal premier Silvio Berlusconi il 31 luglio 2009, e la successiva ordinanza del 15 agosto con le disposizioni urgenti di protezione civile per fronteggiare l’emergenza».

Il quotidiano della Marca poi cita testualmente un passo della sentenza spiegando che vengono così invalidate «non soltanto le proroghe successivamente disposte con riferimento alla delega di poteri nei confronti dell’organismo commissariale, ma anche le determinazioni assunte dal commissario delegato Silvano Vernizzi». E tra queste c'è il progetto definitivo firmato il 20 settembre scorso: ovvero il cuore dell'intera trafila amministrativa. Sul piano giuridico la chiave di volta del ricorso è la contestazione della dichiarazione dello stato emergenziale, che ha permesso al commissario delegato Vernizzi di approvare il progetto definitivo al posto del Cipe, il comitato interministeriale di riferimento.

La questione di fondo però è che lo stesso schema giuridico, anche se con sfumature diverse, è stato ripreso anche da altri ricorrenti rispetto alla cui azione legale è previsto a breve sempre un giudizio al Tar. «A questo punto - fa sapere Massimo Follesa, uno dei portavoce del coordinamento dei comitati che si oppone alla Spv, il Covepa - logica vorrebbe che quei pochi lavori iniziati, a nostro avviso contra legem, siano subito bloccati. Cosa che sulle prima risulterebbe proprio in questi termini». Follesa si dice certo che le parti giudicate soccombenti, a partire dal commissariato presieduto da Vernizzi, faranno ricorso al Consiglio di Stato. «Noi però - spiega ancora Follesa - oltre ad esprimere soddisfazione per il pronunziamento del Tar non ci tireremo indietro perché siamo consapevoli della bontà delle nostre ragioni».

Marco Milioni
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venerdì 9 dicembre 2011

Si scrive Despar. Si legge mafia?

La catena di supermercati Despar puzza di mafia. A dirlo è la Direzione nazionale antimafia che da anni indaga sul colosso della grande distribuzione e sugli interessi delle cosche nell'intero settore agroalimentare. Dietro la Despar, secondo gli inquirenti, potrebbe addirittura esserci l'attuale capo di Cosa Nostra, nonche' il quinto latitante più ricercato al mondo e superboss di Trapani, Matteo Messina Denaro. Lo scorso 10 maggio, durante una vasta operazione della Dia di Roma e della squadra mobile di Caserta, vengono arrestate 68 persone. Secondo il giudice per le indagini preliminari, Marzia Castaldi, lungo la Penisola c'é un asse criminale tra la camorra del clan dei Casalesi e la mafia trapanese che «impone il monopolio dei trasporti su gomma ai commercianti che operano nel settore dei prodotti ortofrutticoli, con la conseguente lievitazione dei prezzi».

Al centro del patto, la gestione del mercato ortofrutticolo di Fondi (Mof), situato nel Lazio, quasi al confine con la Campania. Si tratta della struttura più grande d'Italia che i magistrati antimafia definiscono un «contesto asfissiante, vera negazione dei piu' elementari principi economici liberal-democratici», perche' all'interno di questo sistema a nessun operatore commerciale «era dato sfuggire alle maglie di siffatta spartizione (...) a prescindere dalla qualità o meno del servizio reso e della concorrenzialità del prezzo richiesto e pagato». Tra le 68 persone arrestate in quell'operazione, ci sono anche i fratelli Antonio e Massimo Sfraga, che gestiscono a Strasatti, una frazione del comune siciliano di Marsala, un grande centro per la commercializzazione dei prodotti ortofrutticoli. I due fratelli verranno poi scarcerati dal tribunale del Riesame di Napoli, il 10 giugno, per «mancanza dei gravi indizi di colpevolezza»...



Alessandro De Pascale
LaVocedellevoci.it del 9 dicembre 2011
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http://www.lavocedellevoci.it/inchieste1.php?id=322

Nota a margine
Per questioni di natura legale una buona parte di questo articolo è stata rimossa. L'ultima revisione è del 24 luglio 2014. Le considerazioni a margine di tale scelta sono qui spiegate. Ad ogni modo per ragioni di studio, di approfondimento o per altre eventuali ragioni la copia integrale dell'articolo può essere richiesta a Marco Milioni, il responsabile di questo blog (mrk223@gmail.com).

venerdì 25 novembre 2011

Monti non è il meno peggio. È l'ultimo rantolo prima del ballo di San Vito

Il punto di partenza di questo ragionamento è una constatazione: nel 2007 è sopravvenuto il crollo repentino del sistema finanziario mondiale (sarebbe più preciso dire del sistema finanziario occidentale, perché la Cina e altri paesi del mondo emergente sono rimasti per ora fuori dalla catastrofe, per diversi motivi che non è possibile qui approfondire). Alla fine del 2007, in sostanza, tutte le grandi banche d’investimento, e affini, che rappresentano il vero potere mondiale al momento attuale, di gran lunga più potenti di quasi tutti i più forti paesi dell'Occidente, e indifferenti al destino di questi ultimi, sono andate in fallimento.

La prima cosa da rilevare, ed è molto importante sottolinearlo, è che la finanza mondiale è crollata per cause interne, endogene. Non ha subito minacce da un qualche “esterno” ostile. È affondata da sola. Il che si può anche esprimere in termini economici, con la formula di «crisi sistemica». Perfino il presidente della Commissione Europea, Manuel Barroso, ha usato recentemente questa definizione. Che significa che una semplice cura (cura da crisi ciclica, cura da crisi di sovrapproduzione, etc.) non basterà per risollevarne le sorti. Anzi, si può dire, al contrario, che è ormai impossibile salvare il sistema, che si è rotto irrimediabilmente perché ha in sé la causa della sua fine. Le cause di questo disastro sono da analizzare, ma qualche data di riferimento è già possibile individuarla. La più importante delle quali è il 12 novembre 1999, quando il presidente William Jefferson Clinton promulgò la legge Gramm-Leach-Bliley, che cancellava la legge Glass-Steagall del 1933 e dava licenza alle banche d’investimento e a tutta una serie di operatori finanziari, di lanciarsi in ogni forma di attività speculative.

I disastri successivi della finanza americana sono noti, anche se non sono stati abbastanza studiati. Nel 2001 crolla la Enron Corporation, dopo che erano già crollati altri giganti come la LTCM (Long Term Capital Management). Sono solo alcuni esempi dei molti eventi nuovi che cominciarono a palesarsi. Anche in funzione e come effetto di altre norme ultra-liberalizzatrici , come il Commodity Futures Modernization Act (CFMA), anch’esso firmato da Clinton nel 2000, poco prima di lasciare il suo secondo mandato, che legalizzava quasi totalmente la sottrazione da ogni forma di controllo di tutti i prodotti finanziari derivati , sia da parte della Security Exchange Commission (SEC), sia dalla Commissione che controllava il commercio dei futures.

Fu così che prese avvio una forsennata, davvero demenziale, moltiplicazione di derivati finanziari che venivano trattati fuori dalle borse e fuori da ogni controllo. Per rendersi conto di cosa è avvenuto (e di cosa sta continuando ad avvenire mentre scrivo queste righe) basti rilevare che dal 2000 alla metà del 2008 (anno del fallimento globale) questo tipo di operazioni balzarono da circa 100 trilioni di dollari a 684 trilioni.

Ora io affermo che la causa della crisi sistemica attuale deriva dalle decisioni sopra ricordate, che hanno prodotto una liberalizzazione completa dei movimenti di capitali e di creazione di derivati: decisioni che hanno creato le premesse per una smisurata crescita del debito mondiale. Così, alla “bolla” tecnologica, che produsse il crollo del NASDAQ, seguì poi la bolla dei subprime, che ha portato al crack di quasi tutti i principali protagonisti della finanza occidentale. Questo ha condotto, come sappiamo, alla liquidazione di un gruppo ristretto di questi giganti: sono stati sacrificati, sull’altare della follia, Bear Sterns, Merrill Lynch, Morgan Stanley, Lehman Brothers, ma altri giganti, prima di tutto Goldman Sachs, si sono salvati e hanno continuato a prosperare. Quello che qui importa sottolineare, di nuovo, è che le regole non sono state mutate affatto. Bisogna trovare una risposta a questa domanda. E la risposta è semplicissima. I “proprietari universali” non lo hanno permesso. Aggiungo: non c'è alcuna ragione per pensare che lo faranno in futuro. Barack Obama non ha mosso una virgola in questa direzione. E, sotto la sua guida, la Federal Reserve ha erogato (tra il dicembre 2007 e il giugno 2010) la fantastica cifra di 16 trilioni di dollari, a tasso d’interesse uguale a zero, a tutte le più importanti banche d’investimento dell’Occidente. A partire dal gigantesco flusso che erogava a Citigroup 2,3 trilioni di dollari. Tra gli altri, poco meno di un trilione (864 miliardi $) è transitato sui pingui conti di Goldman Sachs.

Le cose curiose sono numerose: la prima è che la Federal Reserve ha rivelato con ciò stesso di essere la banca di tutto l'occidente, il vero e unico prestatore in ultima istanza (e che, se questo stato di cose non cambierà, il sistema è destinato a un crollo globale per molte e convergenti ragioni, la prima delle quali è che gli interessi attuali degli Stati Uniti non coincidono più, ad esempio, con gl'interessi dell'Europa). La seconda è che la manovra è stata fatta segretamente, e in violazione delle stesse leggi americane, che prevedono l’autorizzazione del Congresso degli Stati Uniti per operazioni anche di gran lunga inferiori quanto a dimensioni. La terza è che la Federal Reserve ha ricapitalizzato non solo le banche d’investimento americane, ma tutte le più importanti banche occidentali. Fanno parte dell’elenco, infatti, giganti “europei” come Deutsche bank, Paribas, Union des Banques Suisses, Credit Suisse, Barclays, the Royal Bank of Scotland e via dicendo.

Questa mossa è il riconoscimento del fallimento globale della finanza americana. Ovvio che non potesse essere resa pubblica, finché qualche benemerito parlamentare non ha costretto la FED a tirare fuori le carte. Ma altrettanto ovvio che, senza cambiare le regole, le banche ricapitalizzate avrebbero continuato a muoversi verso il precipizio alla stessa velocità. Solo che gli asset tossici americani, già sparpagliati su tutto il mercato globale, non potevano e non possono più essere venduti, perché non ci sono più compratori disposti ad acquistarli.

In una certa parte sono stati assorbiti dalla Federal Reserve. Ma gli altri sono rimasti e sono carta straccia inutilizzabile. In sostanza il volume del debito, già spropositato (si calcola da più parti che abbia ormai superato di almeno una quindicina di volte il prodotto interno lordo mondiale, scavando un fossato incolmabile tra il mercato dei beni e servizi materiali e un mercato finanziario sempre più fittizio e irreale) si va ulteriormente ingigantendo. Chiunque dovrebbe capire che la tenuta di questa nuova bolla, dalle dimensioni senza alcun precedente, non può durare a lungo. E, quando esploderà, l’effetto si annuncia ben più grave del crollo del 1929. È in questo contesto che esplode il problema dei debiti sovrani europei. La Grecia ha svolto il ruolo di prima vittima, di cavia sperimentale. Ma, se si capisce il meccanismo, si vedrà subito che la questione è di vita o di morte per la sopravvivenza degli Stati europei, di tutti (in quanto Stati sovrani come li conosciamo al momento), e per la sopravvivenza stessa di una Europa sovrana, composta di Stati sovrani. Non si vede infatti come possa esistere una Europa sovrana se essa risulterà composta di stati assoggettati a logiche e interessi “esterni”, in quanto non sottoposti ad alcuna verifica di legittimità democratica da parte dei rispettivi popoli, che rimangono l'unica sorgente di potere, ma ormai vengono sopravanzati da una logica tecnocratica che non intende e non può più dare spazio ad alcun controllo dal basso del suo operato.

L'origine di questa crisi è, a mio parere, il derivato di un tentativo disperato delle grandi banche d'investimento di riprendere la corsa forsennata a redditività "over 15%"(il famoso ROE, ovvero Return on Equity), nelle condizioni in cui la crescita dell'intero occidente (sempre che ce ne sia una) è ormai confinata nei decimali dell'unità. Se c'è una prova della follia, sta proprio in questa assurda pretesa. L'occasione era già stata preparata nel momento stesso e nel modo in cui fu concepito l'euro. Fu in quel momento, alla fine degli anni '90, che l'Europa autorizzò le banche d'investimento del pianeta a considerare a zero rischio i debiti dei paesi dell'OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico). Come scrive il New York Times in un articolo assai rivelatore dell'11/11/11, erano loro quelli che “made it”, che avevano fatto il grande passo di creare una moneta nuova. Che, nelle intenzioni di alcuni, avrebbe dovuto diventare un alter ego del dollaro, nelle intenzioni di altri un contraltare del dollaro, un'alternativa alla divisa statunitense.

Ma in ogni caso si trattava di un'operazione dall'evidente significato globale e occorreva lanciare in tutte le direzioni un messaggio di assoluta sicurezza: noi saremo in grado di proteggere tutti da ogni fallimento. Appunto: i capitali che arriveranno qui saranno assicurati al 100%: rischio zero.

Adesso sappiamo che si sbagliarono di grosso. Ma allora sembrava il contrario, e non ci furono voci che misero in discussione quell'assunto. Le grandi banche d'investimento, quelle americane in primis (ma anche quelle europee, i gestori dei fondi pensione, dei fondi comuni, delle compagnie di assicurazione, tutti emergenti dal disastro dei subprime che si erano sparsi come un'epidemia su tutti i mercati), si precipitarono a piazzare le loro liquidità (o, più brutalmente, nell'aprire altri debiti) nell'acquisto dei bonds europei. E, come di nuovo scrive il New York Times nell'articolo citato (“What banks once saw as safe has now turned toxic”. Quello che le banche avevano considerato sicuro, si è ora trasformato in tossico), «intrappolati nel caos del subprime, i prestatori avevano visto il debito europeo come un paradiso da cui trarre profitto». E, per trarre il massimo profitto, in situazione pressoché disperata di insolvenza, ecco che, «per paura e avidità», si gettarono su quei bond che avrebbero garantito il massimo interesse. Dunque il loro obiettivo diventarono subito non i più sicuri (era stato detto che tutti sarebbero stati ugualmente sicuri, sebbene l'evidenza dicesse il contrario), ma i più redditizi. L'esempio greco è illuminante.

Ma, a parte i sesquipedali “errori” di valutazione della finanza internazionale, più simili a cecità ideologica assoluta, si vede qui in trasparenza che l'Europa odierna, quella di Lisbona, altro non è che il luogo dove le decisioni dei “proprietari universali” (così li chiama, opportunamente, Luciano Gallino) vengono trasformate in leggi, cioè dove la rapina del sistema a danno degli Stati e dei popoli viene legalizzata. Intendo precisare che la finanziarizzazione del debito pubblico degli Stati non è stato un incidente di percorso, né un portato oggettivo di tendenze inevitabili. Essa è stata introdotta da noi con una decisione politica precisissima, ben meditata e preparata. Questa decisione politica si chiama Trattato di Maastricht e, per realizzarla, sono state spese risorse enormi, un esercito di propagandisti e zelatori è stato messo in movimento, armato e finanziato da decine di centri di influenza, di think-tank, di lobby.

Qui varrebbe la pena di analizzare in dettaglio come funziona la macchina che ha prodotto una tecnocrazia di “posseduti” dal denaro. Una rete di rapporti che copre tutte le assemblee elettive europee, i governi, le coorti di funzionari provenienti dai centri universitari sotto il controllo della finanza, le commissioni governative, i dipartimenti della Commissione Europea, i dirigenti dei partiti politici. Questo campo di forze è stato cementato dall'ideologia della insostituibile efficienza dei mercati finanziari, dalla sacralità delle valutazioni delle agenzie di rating, dall'ideologia della crescita, mantra che porta in sé una serie di corollari dogmatici assoluti: la inevitabilità della globalizzazione, l'interesse superiore che deve annullare, in nome della stessa crescita, ogni pretesa di “particulare”, di “local”, di non standardizzato. Cioè, per definizione di questo stuolo di sacerdoti della religione del dominio finanziario, ostile all'efficienza, cioè ostile alla “razionalità della rapina”.

È con questa micidiale rete di pressioni che il ristrettissimo vertice dei “proprietari universali” riesce a far passare la propria visione del mondo. È mediante questo esercito di “posseduti”, del quale sono parte integrante i massimi dirigenti politici dei partiti di destra e di sinistra, dei ministri di ogni ordine e rango, dei vertici militari e dei servizi segreti, degli ambiti accademici più importanti e meglio retribuiti che è passata l'ideologia del pensiero unico finanziario. Il risultato è stato ottenuto, e ben prima di questa crisi. Il Trattato di Maastricht vieta alle banche centrali di finanziare direttamente gli Stati, obbligandoli, letteralmente, a cercare prestatori nei mercati finanziari.

Il debito degli Stati si trasforma così in una merce finanziaria, che può essere comprata e venduta su ogni mercato, può essere oggetto di speculazione e scommessa, può essere spezzettata in parti e inserita in “pacchetti” di derivati, districare la cui composizione diventa impossibile a chiunque. I destini sottostanti dei popoli, delle donne e uomini in carne ed ossa, vengono totalmente oscurati. Ciò che rimane visibile sono le sequenze di valutazioni delle borse che ormai sfilano sotto gli occhi dei telespettatori nella stazioni ferroviarie, sui treni, in ogni programma informativo. È l'ipnosi di massa cui è impossibile sottrarsi. Il tenore di vita di milioni e milioni di individui viene sconvolto in base a meccanismi che paiono inesorabili, comunque sconosciuti alle grandi masse, spesso manovrati da pochissime mani, spesso addirittura frutto di elaborazioni automatiche di computer opportunamente preparati.

Sono decine gli esempi che potrebbero essere portati per svelare il meccanismo del dominio dei “proprietari universali”, un dominio che ha già annullato da tempo ogni illusione di democrazia. La democrazia liberale, la divisione dei poteri, sono stati da tempo sostituiti da meccanismi decisionali che scavalcano ogni forma di controllo. Nell'utilissimo libro di Luciano Gallino intitolato “Con i soldi degli altri”, vengono portati esempi al tempo stesso agghiaccianti e illuminanti di come l'Europa, cioè il Consiglio, la Commissione, il Parlamento usino commissionare la stesura delle regole a gruppi privati di “esperti”, che sono, tra i “posseduti”, i più direttamente legati proprio ai grandi centri finanziari. È superfluo notare che normative cruciali sono state fatte passare nella più grande ignoranza della stragrande maggioranza degli stessi parlamentari europei, che votano quasi tutto ciò che viene loro proposto senza sapere cosa votano e come è stata confezionata la polpetta avvelenata che viene loro proposta, compilata in uffici privati, a loro volta profumatamente retribuiti per organizzare la rapina su pubblici ignari.

Alla luce di tutto questo, non dovrebbe stupire il fatto nuovo che stiamo registrando: di fronte a una crisi che diventa sempre più ingovernabile, i “proprietari universali” appaiono costretti a portare al potere, direttamente nei singoli Stati, i loro uomini più fidati. La politica tradizionale, negli Stati più deboli, è troppo corrotta e inefficiente, troppo necessitata dallo scendere a patti – nel modo più indecoroso, naturalmente, cioè con il voto di scambio – per poter consentire la macelleria sociale necessaria. Quindi si va verso “governi tecnici” (presentati cioè come tali, ma niente affatto tecnici) guidati da uomini di assoluta fiducia, che devono agire al di fuori delle norme democratiche precedenti. L'arrivo al potere in Grecia di Lucas Papademos (ex governatore della Banca Centrale Greca dal 1994 al 2002, cioè uno degli organizzatori dei conti truccati fatti da Goldman Sachs, che hanno aperto l'offensiva contro Atene), di Mario Draghi al vertice della Banca Centrale Europea (uomo di Goldman Sachs, come vice-presidente per l'Europa dal 2002 al 2005, stessi anni in cui si realizza l'affondamento greco), di Mario Monti alla testa del governo Napolitano (anche Monti, che dal 2005 era consigliere internazionale della stessa Goldman Sachs): tutti questi avvicendamenti, accompagnati dalla ripetizione che si devono adottare “misure impopolari”, cioè misure antipopolari, e che non si deve assolutamente chiedere il parere dei popoli, cioè niente elezioni, niente referendum, solo decisioni “tecniche” per realizzare la T.I.N.A. (There Is No Alternative), dimostrano che la situazione è divenuta ormai ingovernabile e che i poteri forti hanno scelto di adottare misure energiche per affrontare l'imprevisto.

Tra le misure energiche, ovviamente, non è previsto il cambio delle regole vigenti. Se non nel senso, del tutto opposto, di trasformarle in leggi universali alle quali non sarà possibile sfuggire. Non è un caso che i governi di Grecia e Italia siano stati di fatto commissariati dalla Banca Centrale Europea (e da Goldman Sachs), invertendo quasi comicamente il dogma già elevato sugli altari bancari dell'occidente: la Banca Centrale dev'essere del tutto indipendente dai poteri politici. Adesso i poteri politici sono diventati dipendenti da quelli della Banca Centrale, al punto che è quest'ultima che decide come si formano e come devono essere esautorati.

In fila, ad aspettare la loro sorte, ci sono Spagna, Portogallo, Irlanda. E, tra non molto, anche Francia e altri. Dunque il costo del presunto risanamento (comunque impossibile perché la massa del debito e di diversi ordini di grandezza superiore alle possibilità tecniche di ripianarlo) deve ricadere sulla gente comune europea. Questo, a sua volta, significa la rottura del patto sociale che ha retto la costruzione europea negli ultimi cinquant'anni. In particolare questa rottura sarà percepita subito dai paesi dell'Europa occidentale, che hanno potuto apprezzare i vantaggi del welfare state. Il resto dei 27 percepirà con qualche ritardo, ma non potrà uscirne meglio.

Resta il grande interrogativo: quale sarà la reazione popolare a questa svolta, sicuramente drammatica? Il quadro visibile dice che, in questo momento, in Europa non esiste una opposizione organizzata, continentale, a questa svolta. I partiti delle sinistre si rivelano imbelli e privi di ogni visione alternativa. Le leadership, sia di destra che si sinistra, non solo non si rivelano all'altezza, ma danno l'impressione di non capire nemmeno quello che sta accadendo. E neanche questo non deve stupire. Essendo essi “posseduti”, non fanno che riflettere l'incertezza e il panico che pervade i “proprietari universali” loro committenti.
Si danno due esiti possibili: nel primo i popoli europei saranno schiacciati, cioè divisi, manipolati e repressi, con varie gradazioni di ciascuna di queste componenti. Oppure reagiranno. Ma, privi di guida come sono, lo potranno fare solo in forme confuse, senza obiettivi politici comuni, senza una “visione strategica”. Il rischio è una generale deriva a destra, verso forme xenofobiche, reazionarie, isolazioniste, primitive. E, anche questa è la premessa per una sconfitta epocale, che precede una catastrofe continentale: in primo luogo dei diritti e delle libertà, in secondo e immediato luogo, delle condizioni sociali di larghissime masse di popolo.

Tutto ciò impone una riflessione di tutti coloro che, invece di piangere e deprecare, si pongo il problema del che fare. Quello che manca è un grande partito europeo di alternativa. Un “Partito dei Popoli Europei”. Da creare nei tempi più rapidi possibile. I movimenti, per lo più giovanili, che si stanno formando, possono esserne la base. L'essenziale è non illudersi che, da soli, possano produrre questo partito europeo.

Ma la cosa più grave è che, con queste ricette (quelle di Draghi, Monti e Napolitano, cioè quelle della finanza vincente) non si risolverà nulla. Tutte le chiacchiere con cui viene ammantata la serie delle misure anti-popolari sono fondate sull'ipotesi di una futura crescita economica. Ma tutto ciò che sappiamo è che l'Europa sta andando in recessione, tutta intera. La stessa locomotiva tedesca è prevista in crescita, per il 2012, dello 0,8%, che equivale alla stagnazione. Per gli altri è peggio. Dunque impostare sulla crescita un programma di sacrifici a intere popolazioni, per salvare le banche, significa costruire sulla sabbia. Tra una manciata di mesi sarà evidente che la crisi della finanza e dell'economia occidentale è irrimediabile. La prospettiva è un altro 1929. Solo che sarà di gran lunga più devastante. Le previsioni più attendibili vengono da un gruppo di esperti francesi (per questo solo fatto più attendibili, perché ciò che scrivono i commentatori americani e britannici è ormai quasi del tutto inattendibile) raggruppati dietro la sigla GEAB (Global Europe Anticipation Bulletin).

Anche loro individuano una “crisi sistemica globale”. Nella quale sono già stati bruciati, dallo scorso luglio, circa 15 trilioni di dollari. La deriva, sostengono, è inarrestabile e porterà alla sparizione nel nulla, da dove sono venuti, di altri 30 trilioni di dollari nel corso del 2012. com'è noto, sono già stati bruciati, dallo scorso luglio, 15 trilioni di dollari. Si prevede che, dopo la svalutazione reale del 50% del debito greco, seguiranno le svalutazioni, mediamente, del 30% dei debiti italiano, spagnolo, portoghese, irlandese.

Tuttavia il gruppo GEAB appare assai meno preoccupato del destino dell'euro di quanto non sia di quello del dollaro USA. Infatti, sulla base di quanto già detto in precedenza in queste righe, la detonazione dei debiti pubblici europei, oltre a mettere in crisi le banche francesi, tedesche, belghe e olandesi, produrrà l'esplosione del debito pubblico americano, data l'esposizione degli investitori istituzionali statunitensi sul debito europeo. La cifra più impressionante in merito viene dalla valutazione del debito privato negli Stati Uniti che, oltre allo stato pre-comatoso di quello pubblico, ha ormai raggiunto il 240% del PIL (basti pensare che il debito privato greco, già altissimo, raggiunge appena il 120% del PIL di quel paese. Quello italiano, si noti, è appena del 43% del PIL). La conseguenza, prevista, potrebbe essere una misura obbligata: la svalutazione del dollaro del 30% almeno, unico modo per attenuare il peso dell'indebitamento complessivo degli Stati Uniti.

In sostanza chi sta peggio non è l'Europa, ma sono gli Stati Uniti. In queste condizioni una vittoria di Obama appare sempre meno probabile. E se vince uno dei candidati repubblicani, c'è ragione di temere il peggio per il contesto internazionale. Perché anche di questo occorre tenere conto. La crisi colpisce l'economia e la finanza occidentale, ma occorre cercare di capire gli effetti che questa produrrà sul resto del mondo e sulle sue relazioni con l'Occidente. Una cosa è certa: il quadro mondiale sta entrando in una fase di vertiginosa ebollizione. È il contesto che prepara una guerra.

Giulietto Chiesa
da www.giuliettochiesa.it; 23 novembre 2011
url: http://www.giuliettochiesa.it/index.php?option=com_k2&view=item&id=2547:monti-non-%C3%A8-il-meno-peggio-e-lultimo-rantolo-prima-del-ballo-di-san-vito&Itemid=7

lunedì 14 novembre 2011

Finanza, ispezione anche per il leader del settore concia

Un controllo approfondito, per verificare l'eventuale pagamento in nero degli straordinari ai dipendenti. Una routine, oramai, per la guardia di finanza che da mesi tiene sotto controllo le industrie conciarie del distretto di Arzignano. Ma a suscitare clamore, questa volta, è il nome dell'imprenditore finito nel mirino degli investigatori. I militari hanno infatti avviato accertamenti sul «Gruppo Peretti», che fa capo a Giuseppe Valter Peretti, presidente della Sezione Concia di Confindustria Vicenza. È lui stesso a confermarlo: «Circa tre settimane fa i finanzieri si sono presentati in azienda e, con la nostra totale collaborazione, hanno acquisito della documentazione».

In particolare le fiamme gialle avrebbero ottenuto il materiale informatico contenuto nei computer dell'azienda. In pratica, la «memoria» amministrativa e fiscale del gruppo. In particolare, pare che i militari vogliano accertare se gli operai dell'azienda abbiano ottenuto in passato il pagamento «fuori busta» degli straordinari. Peretti si mostra tranquillo. «Non ho mai avuto operai irregolari né ho mai pagato loro le straordinarie in nero. Sono sicuro che gli accertamenti dimostreranno che non ci sono state violazioni».

Le industrie della concia da ormai due anni sono sotto la lente del Fisco che ha messo sotto indagine decine di imprenditori scoprendo episodi di false fatturazioni, redditi non dichiarati e tesoretti nascosti nei paradisi fiscali. Nei mesi scorsi era scoppiato il caso degli straordinari pagati in nero, che aveva travolto alcuni importanti gruppi. E le verifiche, a quanto pare, non si sono fermate. Il presidente della sezione Concia si è sempre detto favorevole ai controlli, e lo fa anche ora: «La Finanza continui pure a fare ispezioni e a sanzionare chi sbaglia. È normale che l'attività di una persona che riveste un ruolo come il mio, venga "vivisezionata" per accertarne l'assoluta regolarità. Lo ripeto: sono sereno perché ho la coscienza a posto sia nei confronti dei miei dipendenti che dei colleghi imprenditori».

Andrea Priante
da Corriere del Veneto del 13 novembre 2011; edizione di Vicenza, pagina 7

martedì 8 novembre 2011

Piano Casa, in lizza 1.200 edifici del centro

Benzina nel motore dell´edilizia. Vicenza prova a mettere le ali al mattone, in mezzo al guado della più cruda crisi economica dal secondo dopoguerra. La giunta ha acceso il primo semaforo verde alla delibera del Piano Casa bis, che ora attende il via libera definitivo del consiglio comunale prima che spiri il termine del 30 novembre. Confermata la scelta di infrangere il tabù del centro storico: sì a ristrutturazioni e ampliamenti anche dentro il sacro recinto delle mura, a patto che i progetti calzino edifici non vincolati dalla Sovrintendenza. Non sono pochi: per l´esattezza, ne sono stati contati 1.254. Incentivi anche per il settore produttivo: porte aperte ai cambi di destinazione d´uso per scuotere un mercato rimasto sotto tono durante i due anni di vita della prima versione del Piano casa.

LA NORMATIVA. La delibera vicentina accoglie lo spirito della legge regionale 13 del luglio scorso, che ridefinisce il Piano Casa prorogando i termini per la presentazione delle domande al 30 novembre 2013. Una delle novità più rilevanti interessa la capacità di ampliamento: l´aumento volumetrico consentito resta del 20%, cui si aggiunge un ulteriore 10% se la riqualificazione prevede anche fonti di energia rinnovabile. Un ulteriore ampliamento del 15% se l´edificio viene riqualificato dal punto di vista energetico passando in classe B. Ricapitolando: la percentuale di ampliamento può lievitare dal 20 fino a un massimo del 45% del volume esistente se vengono previsti adeguamenti strutturali che migliorino il rendimento energetico dell´edificio. In questa versione, inoltre, sarà possibile intervenire anche in centro storico, zona off-limits nella versione del 2009.

GLI OBIETTIVI. Lo spirito della delibera è enunciato nelle prime righe: «Consentire un adeguato rilancio dell´attività edilizia e la sostituzione del patrimonio edilizio non più rispondente all´attuale situazione tecnologica ed energetica, il tutto nel rispetto dell´ambiente, del paesaggio e del tessuto storico esistente». Pierangelo Cangini, assessore all´Edilizia privata, che fa della prudenza il suo metodo amministrativo, parla di scelte coraggiose con l´inclusione del centro storico nel Piano Casa: «Ci auguriamo che venga colta l´occasione per mettere un po´ d´ordine all´esistente e per riqualificare soprattutto quelli che chiamo “buchi neri”, cioè baracche in lamiera condonate all´interno dei cortili o negozi chiusi trasformati in garage: sono angoli che tolgono luce e vita al centro storico». L´anagrafe edilizia individua ben 1.254 edifici collocati in centro storico non sottoposti ai vincoli della Sovrintendenza, sui quali è possibile eseguire intervent.

LE TUTELE. Vengono confermati i limiti di applicazione della norma nelle zone agricole, nelle ville e nei palazzi di pregio storico-architettonico, etichettati nelle mappe urbanistiche come “Rsa”, le villette in stile “liberty” e gli edifici sulle pendici di Monte Berico.

I NUMERI. L´analisi della giunta Variati si è basata sull´andamento del primo Piano Casa, che pone Vicenza ai primi posti del Nordest per il numero di progetti relativi alle residenze, ma che ha deluso sul versante del settore produttivo. Questi i numeri: il mercato residenziale ha presentato 37 pratiche nel 2009, 227 nel 2010 e 191 fino al 31 ottobre 2011; il mercato del settore produttivo ha presentato 12 casi nel 2010 e in 23 nel 2011. Cangini evidenzia quindi una serie di scelte orientate a stimolare il settore produttivo: possibilità di modificare la destinazione d´uso degli edifici ampliati, ma solo dove la normativa di zona lo consente; forti sconti sugli oneri di costruzione per il settore produttivo: la riduzione sarà del 30% nel primo anno (dal 9 luglio 2011 al 9 luglio 2012) e del 20% dal 10 luglio 2012 fino al 30 novembre 2013. Il provvedimento, ancora, incentiva il ricorso alla Dia anziché al permesso di costruire, in modo da accelerare i tempi e snellire le procedure: sono così stati alzati da 260 a 500 euro i diritti di segreteria per i permessi di costruire. C´è attesa per i riflessi del Piano Casa sull´economia locale, ma anche sul bilancio comunale: «Basti pensare - riassume Cangini - che solo qualche anno fa entravano 4 milioni di euro dall´Ici e 3-4 milioni dagli oneri per un totale di 7-8 milioni di euro. Oggi invece, senza l´Ici sulla prima casa e coi cantieri in calo, arriviamo al massimo a 2,5 milioni di euro».

Gian Marco Mancassola
da Il Giornale di Vicenza di sabato 5 novembre 2011; pagina 14

sabato 5 novembre 2011

Polo autostradale del Nord l'offensiva di Intesa e Gamberale

Adesso che Vito Gamberale fa davvero capolino in autostrada Serenissima, pronto a mettere sul piatto 100 milioni per rilevare il 13% dai tre enti locali di Padova e Vicenza, il famoso Polo autostradale del Nord comincia a diventare un po' meno chiacchiera e un po' più progetto vero. Il fondo F2i ha presentato offerta non vincolante chiedendo una spalmatura sui tempi di pagamento delle azioni, ma tutto lascia intendere che l'operazione si chiuda: di questi tempi non pare vero a Flavio Zanonato, a Barbara Degani o ad Achille Variati di poter incassare cifre che oscillano fra i 30 e i 45 milioni di euro. E una rapida ricognizione suggerisce che neanche la macchinosa procedura sul diritto di prelazione fra i soci attuali possa rappresentare un ostacolo: gli azionisti pubblici non hanno soldi, gli unici a poter intervenire teoricamente sono Astaldi (8,6%) e Intesa Sanpaolo (32%). Ma il costruttore romano, che ieri ha annunciato una grande commessa in Perù, appare molto impegnato (anche finanziariamente) sullo scenario internazionale. E Intesa, se agisse comprando le azioni destinate a F2i, farebbe un'azione di disturbo che appare improbabile. Il fondo guidato da Gamberale è infatti partecipato al 15% dallo stesso gruppo bancario. Un link che annuncia collaborazione, non ostilità...

Così sta per prendere corpo una Serenissima a pieno controllo privato (ormai siamo al 54% senza contare i soci minori) che vede protagonisti gli stessi soggetti attivi sugli altri fronti delle concessionarie autostradali. Qualche esempio? Intesa, tramite la sua banca specializzata Biis, ha il 40% della Brebemi ed è ben presente in Tem e Pedemontana Lombarda, che a sua volta è controllata dalla Milano-Serravalle. Cioé la concessionaria nel mirino di F2i, che ha avanzato un'offerta sul 18% detenuto dal Comune di Milano. E tanto per aggiungere connessioni su connessioni, la Milano-Serravalle è socia (in uscita) del 5,3% della Serenissima. Componendo tutti i tasselli, comincia ad essere un po' meno fantascienza il disegno, per niente occulto, di costruire un grande polo autostradale lombardo-veneto. Il tentativo è di semplificare il quadro delle concessionarie italiane - ventiquattro società rappresentano l'ennesima anomalia nazionale nel panorama europeo - e una fusione tra le realtà più remunerative può far nascere un gestore in grado di giocarsi le partite più grosse. Il tutto senza emarginare gli enti pubblici azionisti. Questo è il disegno dichiarato di Intesa, che intende ritagliarsi un ruolo di regista. Bisognerà vedere, fra le altre cose, se tutto questo coinciderà con desideri e atteggiamenti di Vito Gamberale, personalità forte e manager con esperienza specifica alle spalle (è l'ex ad di Autostrade).

È certo comunque che la platea in Serenissima si sta semplificando: con una quota complessiva del 22-23%, la pattuglia dei soci pubblici si riduce sostanzialmente al sistema Verona (Provincia e Comune), alla Provincia di Brescia e quella di Vicenza, che esprime il presidente Schneck. Qualcuno riparla di una newco che racchiuderebbe queste partecipazioni, ma l'ipotesi si fa sempre più remota visto che manca il più volte invocato sostegno finanziario della Fondazione Cariverona, ora alle prese con ben altre faccende (Unicredit).
La stretta attualità riguarda anche l'aumento di capitale dentro Serenissima, giunto al secondo round: i quattro soci pubblici rimasti sono intenzionati a sottoscrivere entro la data fissata del 14 novembre prossimo (ed entro il 31 ci sarà il termine per l'inoptato) e con l'impegno dichiarato di F2i le ultime previsioni sono di un'adesione al 70% circa, considerata buonissima visti i tempi e le incertezze.

Intanto, la società è impegnata nel rastrellamento delle risorse per il completamento della Valdastico Sud e delle altre opere più imminenti: a breve sarà lanciato una gara ad evidenza pubblica (è una delle prescrizioni della famosa convenzione, finalmente pubblicata in Gazzetta Ufficiale) per il finanziamento di 800 milioni. Vista la difficilissima situazione, Serenissima chiamerà la Cassa depositi e prestiti a partecipare all'operazione.

Claudio Trabona
da Il Corriere del Veneto, edizione di Vicenza del 5 novembre 2011; pagina 17

giovedì 27 ottobre 2011

Su Aim «insufficienti le risposte di Colla a Zoso»

Rispondere a qualcuno parlando d´altro e facendo finta di non capire. È esattamente quello che ha fatto il nuovo Amministratore unico di Aim, Paolo Colla, rispondendo all´intervento del senatore Giuliano Zoso. Se questi sono gli inizi, siamo proprio messi bene! Colla rivendica: le Aim sono l´azienda dei vicentini, hanno al loro interno professionalità di alto profilo, queste non sono venute meno neppure durante la gestione Rossi eccetera. Tutto questo non c´entra proprio nulla con quanto affermato dal senatore Zoso, che, anzi, è con queste osservazioni del tutto d´accordo.

Colla queste cose vada a dirle al sindaco Variati, che sull´attacco alla gestione Rossi ha costruito gran parte della sua vittoria alle elezioni amministrative. Il sindaco, ed è questo, a mio parere, che intendeva il senatore Zoso, dovrebbe spiegare ai cittadini come mai Dario Vianello è stato nominato direttore generale di Aim lo stesso giorno della nomina di Colla, proprio quel Dario Vianello che era il facente funzioni del direttore generale voluto da Rossi, ha partecipato a tutte le scelte, di tutte le scelte è stato corresponsabile senza mai un´obiezione, un´osservazione, un distinguo, una critica.

Allora Colla dovrebbe porre al sindaco questo quesito: o la gestione Rossi è stata delinquenziale, come sostenuto dal Variati, e allora io ho nominato la persona sbagliata nel posto sbagliato. O abbiamo fatto la scelta giusta e allora sarebbe magari il caso di cominciare a dire ai cittadini la verità, tenendo fuori le Aim dai giochi della politica politicante. Zoso opta per la seconda soluzione ed è per questo che plaude alla rinomina del Vianello. Io, invece, rimango in attesa che il sindaco dica qualcosa uscendo dall´ambiguità. La sensazione, non solo mia, è che la nomina Colla-Vianello sia un´altra delle scelte prese senza render conto ai cittadini delle decisioni che si prendono. Quando Variati nominò Fazioli, grande fu la enfasi sul tecnico, sull´esperto, sul professionista. Grandissima fu la enfasi sulla sua scelta di fondo, l´«in house».

Sono passati tre anni, il grande esperto è stato mandato a casa sua senza tanti riguardi e si dice che la scelta «in house» è stata sbagliata. Si torna indietro. Ma se era sbagliata, quella scelta i suoi danni li ha fatti oppure no? Ma lo sa il sig. Sindaco che lavorare «in-house» vorrebbe dire in italiano lavorare in casa e non affidare con l´artifizio delle Aim i lavori ad imprese esterne, come è accaduto per l´asfaltatura delle strade, per esempio; le Aim, quali procedure amministrative hanno applicato per l´ affidamento dei lavori, magari spacchettandoli con importi sotto soglia e procedere con "procedure negoziate"? Mi pare che si parlasse di un milione di euro per la rimessa in ordine delle strade comunali; quanto avremmo risparmiato con l´affidamento diretto alle imprese come ai tempi di Lino Zio? Personalmente ho visto finitrici, rulli compressore, autocarri, scarificatici, materiale bitumato e perfino scritte sulla tuta degli operai, il nome della ditta: ma i lavori non erano in house? Il senatore Zoso ha posto anche il problema della piattaforma di Marghera che rimane più che mai aperta, specie dopo le ultime rivelazioni di Gianni Giglioli. Ma preliminarmente bisogna dare una risposta a quanto sosteneva Bordin, e cioè che, dopo il via libera ambientale della Regione, la gestione pubblica, la sola che può dare tutte le garanzie di una piattaforma del genere, nel Veneto industrializzato potrebbe essere un affare. O vogliamo rinunciarvi a cuor leggero per farvi una banale speculazione immobiliare? Colla dice di non accettare «sospetti, insinuazioni e sottintesi». Se le risposte che egli dà (o meglio non dà) sono quelle dell´intervento cui mi riferisco, è normale, è pacifico, giusto e fisiologico che nascano sospetti e insinuazioni. Parli chiaro, dia risposte. Si è scelto Vianello come direttore generale. Vianello sa tutto. Lo adoperi. Si faccia raccontare. E poi, magari, qualcosa racconti anche a noi.

Alberto Zocca
da Il Giornale di Vicenza del 27 ottobre 2011, pagina 58

venerdì 30 settembre 2011

Wifi, Bassano umilia Vicenza

Oggi Il Giornale di Vicenza pubblica la notizia dell'iniziativa della Diesel di Renzo Rosso. Iniziativa con la quale si vuole dotare Bassano del Grappa di una rete wifi cittadina, gratuita ed aperta a tutti. Se il tutto si avvera sarà un primato nazionale. Al di là dei meriti e delle conseguenze che una decisione del genere avrà nel breve (tanto di cappello a Rosso del quale condivido poco della sua filosofia di fondo, ma che in questa cirocstanza ha saputo cogliere veramente l'attimo) emerge purtroppo uno smacco brutale patito in primis dalla politca ed in secundis da Vicenza tutta. Ma è mai possibile che un comune ricco come Bassano abbia dovuto aspettare il passo di un privato per mettere a punto una struttura che costa sì e no come una dozzina di rotatorie? Ma ancora più brutale è lo smacco che che Vicenza, come sistema, patisce da Bassano. È possibile che il comune capoluogo sul quale insistono la Camera di Commercio, uno dei più importanti istituti di credito veneti (la BpVi), imprese di grido come Beltrame, Valbruna, Gemmo, Dainese tanto per dire, non abbia mai pensato di muoversi in tal senso? È mai possibile che l'unica partnership avanzata con le imprese si traduca nelle lucette con cui la Gemmo illuminerà la basilica palladiana? Ad ogni buon conto il merito di Rosso è anche quello di aver smosso i sonni e le chiappe di molti amministratori del Vicentino. Che da qui a domani faranno a gara (anche nel resto del Paese) per imitare la soluzione Bassano. Segno che, ed è questo il merito maggiore di Rosso, il buon esempio se veicolato con forza percorre moltissima strada; e non è un caso che la giunta comunale di Vicenza dopo la batosta rimediata abbia così, incidentalmente, già organizzato un incontro con la stampa per rendere noto il progetto di ampliare a tutto il centro la rete wifi. Si sa, mezzo grissino, è nulla rispetto ad una pagnotta, ma è sempre meglio di nulla. Epperò la cosa che più deve far vergognare tutta la classe dirigente di questa città nonché tutti i partiti e tutte le imprese riguarda la memoria. L'impegno per estendere gratuitamente a tutta la città la rete wifi era stato codificato in una mozione d'ordine, ovvero una mozione d'intento sul piano politico-amministrativo, approvata durante la passata consiliatura: più nel dettaglio alla fine del novembre 2007. La mozione fu approvata a larghissima maggioranza dopo essere stata presentata dal consigliere del gruppo misto Franca Equizi. E proprio perché Equizi non aveva, e non ha tuttora, padroni da omaggaire o servi da retribuire, quel documento è rimasto negli scatoloni, assieme alla carta igienica e alle scatole delle penne Bic.

Marco Milioni
link originario

sabato 17 settembre 2011

Siamo tutti islandesi

«L’arrivo dell’Fmi in Islanda come è noto fu accolto in maniera estremamente fredda da gran parte della popolazione, convinta che il Fmi avrebbe chiuso l’Islanda in uno stato di permanente debito». Con questa premessa la premier islandese Johanna Siguroardottir ha annunciato l’uscita del suo paese dal Fondo Monetario Internazionale. Parole pacate per spiegare una scelta dura e coraggiosa: liberarsi dalla morsa dei pelosi “aiuti”, dei rapinosi “piani di aggiustamento” e delle intrusive “raccomandazioni” con cui il centro di potere sovranazionale ricatta ed espropria le economie, e di conseguenza la vita, di interi popoli. A nulla sono valsi gli spauracchi di bancarotta e le minacce di sanzioni: la piccola e fiera Islanda, dopo aver rispedito al mittente tre anni di aut aut e aver messo alla sbarra i politici e i banchieri colpevoli del crac, mentre sta riscrivendo la sua Costituzione, è entrata nella Storia compiendo un passo finora impensabile, inconcepibile per le classi dirigenti mondiali. Da ora in avanti riconquistare la propria sovranità nazionale non è più un tabù.

Per arrivare allo sganciamento finale è stato fatto un determinato percorso economico e politico: proteste e nuove elezioni che hanno portato al governo ritenuto responsabile, nazionalizzate le maggiori banche, chiesto prestiti alla Russia e all’Argentina, indetto ben due referendum che hanno decretato il ripudio del debito con le banche estere e un rifiuto di massa a politiche di tagli e privatizzazioni, varata un’Assemblea Costituente. In più bisogna mettere in conto le peculiari condizioni di partenza: l’isola non fa parte del sistema monetario europeo (ha una moneta nazionale, la corona) e le dimensioni della sua economia sono, nel contesto del mercato globale, modeste.

Tuttavia gli islandesi, dalla sollevazione furibonda ma pacifica dell’ottobre 2008 a oggi, hanno maturato una ferrea volontà politica di disfarsi di istituzioni e meccanismi dati generalmente per intoccabili e ineluttabili. Una vera e propria rivoluzione copernicana rispetto al pensiero unico propagandato in Occidente secondo cui fuori dalla supervisione coercitiva degli organismi internazionali non c’è salvezza ma solo il fallimento. L’Islanda ha capito che dietro la facciata tecnicamente asettica dei funzionari dell’Fmi (o del Wto, o in Europa della Bce) ci sono i lucrosi interessi dei banksters privati, che usano come leva di ricatto morale il risparmio della gente da loro gestito per strozzare altre genti e privarle del diritto di autogovernarsi. L’Italia si trova in una situazione molto diversa: con le mani legate dalla gabbia dell’euro, con un ceto politico prostrato ai piedi dei dittatoriali “mercati”, con un’opinione pubblica che si scanna sulla pagliuzza di chi governa a Palazzo Chigi mentre è insensibile alla trave di chi manovra dall’estero il nostro bilancio pubblico. Ma le innegabili differenze non devono offuscare il valore di esempio, quanto meno etico e civile, che viene dai ribelli della libera Islanda. Da oggi, tornare a respirare libertà si può. Siamo - vorremmo essere - tutti islandesi.

Alessio Mannino
da www.ilribelle.com del 14 settembre 2011

venerdì 16 settembre 2011

Il re è morto

Un giorno, in un paese di merda lontano lontano, morì il re. Ma non si poteva dire. La sua corte di servi, mignotte, papponi, ladri, stallieri, menestrelli, nani, avvocati, scribi e farisei, “Gianpi” propose alla Arcuri di concedersi in cambio di Sanremo, ma lei rifiutò. Decine di escort portate al Caimano dallo sfruttatore che otteneva appalti e puntava addirittura dipendeva in tutto e per tutto da lui e non era affatto certa che il successore continuasse a mantenerla. Così, a palazzo, si misero d’accordo per non far uscire la notizia. Il medico legale, chiamato a constatare il decesso del sovrano, fu murato vivo in un sottoscala col suo referto. La notizia trapelò presso qualche gazzetta del regno, ma gli editori erano tutti finanziati dal re o dalla corte e dunque fu agevole bloccare i necrologi.

Le televisioni, poi, erano tutte nelle sue mani (a parte una, controllata da un’opposizione sfigata e inetta) e cantavano le sue lodi a reti unificate. Un notiziario era diretto da un vecchio biscazziere divenuto mezzano in tarda età. Un altro, il più visto, aveva alla guida una cantatrice calva che parlava con la zeppola, nota più per le note spese che per le note politiche, e appestava il regno con “editoriali” che superavano in cortigianeria quelli del biscazziere-mezzano. Descriveva, la cantatrice, un paese fiabesco, un Regno di Saturno dove tutti erano felici, ricchi, opulenti e goderecci, e ogni sera pregavano il Cielo che il re non li abbandonasse mai. Fu così che la gente continuò a credere che il sovrano fosse ancora vivo. A corte, i fedelissimi passavano le giornate a imbellettarne e profumarne il cadaverino per mascherare i vermi e la puzza e allontanare insetti e animali necrofagi. La luce del suo studio restava accesa giorno e notte, e una controfigura della sua statura (niente di che) sedeva alla sua scrivania per mostrarlo curvo sui destini della Nazione 24 ore su 24.

I giornali continuavano a narrare le sue gesta, anche amatorie, descrivendolo come un simpatico e instancabile dongiovanni, in preda a una prorompente virilità: cantando con un misto di ammiccamenti e ammirazione le virtù delle sue favorite, comprese tra i 12 e i 18 anni, sorvolando sui supporti meccanici (argani, pompe idrauliche, carrucole, catapulte, elisir di cialis e ghisa in polvere) di cui si avvaleva negli ultimi mesi di vita. La sua seconda moglie aveva cercato di mettere sull’avviso il popolo e le istituzioni: “Mio marito è molto malato, va con le minorenni, aiutatelo”, ma fu subito silenziata come traditrice disfattista e rinchiusa in un castello periferico. Il re era solito abusare del suo immenso potere per corrompere giudici, testimoni, gendarmi, ufficiali del fisco, politici lealisti e persino qualche oppositore, per accaparrarsene i servigi. Ma anche per sistemare in posti di alta responsabilità, a spese dei sudditi, i complici delle sue malefatte per ricompensarli o silenziarli.

E ogni tanto i giudici lo chiamavano a risponderne in tribunale. Ma lui, essendo morto, non vi compariva mai: i suoi avvocati inventavano le scuse più fantasiose per giustificarne la latitanza, costretti persino a mandare per il mondo una controfigura delle stesse dimensioni, pittata e asfaltata di fresco, per mostrarlo vivo e vegeto. Fuori del palazzo stazionava ogni giorno una lunga fila di postulanti vocianti: tali Mora, Fede, Lavitola, Tarantini, seguiti da un’orda di procaci signorine che la stampa si ostinava a chiamare “escort”. Minacciavano rivelazioni sul sovrano. E i cortigiani, per evitare guai, s’affacciavano al balcone per rassicurarli che il re pensava sempre a loro ed elargire a ciascuno buste imbottite di denaro contante. La notizia del decesso giunse all’orecchio dei leader dell’opposizione, ma anch’essi, fatti due conti, preferirono avallare la versione ufficiale: per non prendersi la responsabilità di governare, fatica assolutamente impari alle loro possibilità, e per continuare a poltrire e a trafficare alla sua ombra, balbettando ogni tanto “il re si dovrebbe dimettere” (tant’è che si diffuse la voce che erano morti loro). Un giorno il Palazzo fu evacuato per una puzza improvvisa e irrespirabile. Qualcuno insinuò che fosse tanfo di cadavere. Ma il portavoce si affrettò a precisare: “Il re gode di ottima salute, infatti ha appena scoreggiato”.

Marco Travaglio
da Il Fatto Quotidiano del 16 settembre 2011; pagina prima

sabato 10 settembre 2011

«Noi piccoli conciari eliminati dai grandi evasori»

Sono un ex artigiano del settore concia con 2 aziende fallite nell'anno 2010 (Biellezeta srl e Conceria Ellebi srl), entrambe avevano sede a Zimella (Verona) ma erano comunque collegate ad Arzignano. Intervengo per segnalare una grave ingiustizia che sta accadendo in questo periodo.Io ho lavorato nel settore concia per circa 40 anni, tra dipendente e imprenditore, ho fallito con entrambe le ditte, grazie anche a questi personaggi che hanno fatto di tutto e di più. Una mia azienda, Biellezeta srl, lavorava da circa 15 anni, per conto terzi, pelli di vario genere sia per calzatura che per arredamento e l'altra società Conceria Ellebi srl lavorava da 10 anni sia per conto terzi sia per la vendita in proprio.

Il mio problema principale sono sempre stati i prezzi, sia nel lavoro che nella vendita. Mi ritrovavo a fare conti sia di giorno che di notte e mi chiedevo: «Ma come fanno i cosidetti “grandi” ad applicare certi prezzi? Lavorano sottocosto rimettendoci?» Non osavo credere che fosse così visto che erano tutti ultramilionari. Con le due aziende avevo un totale di circa 35 dipendenti e, per poter andare avanti e competere con gli altri, ho lavorato sottocosto anch'io ma il risultato finale è stato che in due tre anni le mie società sono fallite. Adesso mi ritrovo in un mare di guai, ho perso tutto e sono anche malato di cancro, e tutto grazie a questo settore maledetto.

Sono profondamente addolorato per quello che sta accadendo ad Arzignano in questo periodo in quanto mi pongo la domanda: ma come si fa ad evadere cifre del genere? E poi dire che è stato fatto per il bene altrui o perchè voluto dai dipendenti? Inoltre: queste pelli vendute in “nero” da dove vengono? Nessuno si è ancora fatto questa domanda? Sono il frutto di fatture false? Sono pelli rubate e poi vendute sottocosto? La legge in questi casi dov'è? Purtroppo siamo in tanti piccoli artigiani spariti dal settore concia a causa della slealtà di questi cosidetti “grandi”, e quello che più dispiace è che la giustizia non fa niente contro reati del genere. Ora si sta facendo una campagna mediatica contro lo straordinario (che poteva essere un'ora al giorno) dell'operaio o dell'impiegato: sicuramente anche questo è contro la legge e va punito ma, prima bisogna punire con il carcere chi fa evasioni reali di entità enormi. Invece queste aziende sono ancora aperte e i titolari e i loro dirigenti sono liberi e belli più di prima.

L'evasione da parte dei dipendenti, secondo me, da quello che tutti sappiamo, riguarda i capi reparto e i dirigenti. Per poter lavorare o vendere prodotti le varie ditte, soprattutto di Arzignano, vendevano con un rincaro dei prezzi del 10%, per poi distribuire il 7/8% in "nero" ai titolari e ai capi reparto e dirigenti.Ci sono ex capi reparto o dirigenti che sono riusciti a mettere da parte una fortuna in questo modo, soldi in Svizzera, case di proprietà, auto di lusso e tasse evase. Se ci sarà un processo, come spero, mi auguro che chi ha perso tutto si costituisca parte civile. Comunque, le ditte da controllare non sono solo i conciari ma anche chi li fornisce e chi da loro acquistava.

Renzo Lovato
ex amministratore di Biellezeta srl e Conceria Ellebi srl

lettera a aperta al direttore pubblicata su Il Giornale di Vicenza di giovedì 8 settembre 2011 a pagina 62

giovedì 1 settembre 2011

Arzignano, le aziende aprono alla trasparenza

Ora che anche il vescovo di Vicenza, Beniamino Pizziol, ha fatto sentire la sua voce, tuonando contro gli evasori, la rappresentanza degli industriali della concia sta pensando che sia arrivato il momento di fare un passo in avanti. Non si può programmare la produzione e non si può competere con i cinesi se si vive con la paura che arrivino in fabbrica le gazzelle della Guardia di Finanza. Dopo i blitz delle Fiamme Gialle che hanno messo a nudo le irregolarità di ben due rami della stimatissima famiglia Mastrotto, Arzignano teme di diventare nell'immaginario degli italiani la capitale dell'evasione.

E ovviamente non ci sta perché l'industria della concia non è l'ultima della classe, anzi ha mostrato nella Grande Crisi la capacità di ristrutturarsi in corsa e oggi è in testa alle classifiche dell'export dall'Italia proprio verso la Cina. Sostiene Walter Peretti, presidente della locale sezione concia della Confindustria: «Ci vuole una discontinuità. Bisogna creare un diverso clima di rapporto con le autorità preposte ai controlli, come rappresentanza degli industriali dobbiamo fornire la massima collaborazione per dare informazioni ed evitare il ripetersi di casi di mancato rispetto delle regole. Noi lavoriamo per lo sviluppo e per l'occupazione non per certo per fabbricare evasione». Il presidente Peretti sta attento a misurare le parole ma ha chiaro che l'industria conciaria è a un punto di svolta, accanto all'indubbia affidabilità industriale deve rafforzare la propria credibilità civile. Non è un caso che proprio in questi giorni il presidente della Confindustria Vicenza, Roberto Zuccato, abbia ricordato come nello statuto dell'associazione siano previste sanzioni per comportamenti irregolari degli iscritti. Il paragone è forte, ma dal caso Mastrotto si potrebbe arrivare a sostenere una sorta di «metodo Lo Bello», ovvero che gli evasori debbano e possano essere messi fuori dalla Confindustria.

Nessuno ovviamente vuole arrivare ai casi-limite ed è il motivo per cui Peretti ad Arzignano e Zuccato a Vicenza sostengono che non si può star fermi ad aspettare gli eventi. «Sono molto attento a quanto sta maturando tra gli industriali della concia — dichiara Zuccato —. Io credo che da questa situazione si possa uscire solo con una soluzione politica, se volete chiamatelo patto per la trasparenza ma industria e autorità devono parlarsi, devono poter confrontare le loro informazioni». E' chiaro che siamo solo ai primi passi, bisogna individuare gli interlocutori istituzionali e la metodologia del confronto. Un'esperienza sicuramente significativa è quella degli studi di settore che sono governati da un tavolo centrale a cui siedono l'Agenzia delle Entrate e le rappresentanze di artigiani e commercianti. Ma prima di sedersi gli industriali di Arzignano dovranno accettare che ci si muova per abbattere l'evasione e recuperare gettito, non certo per passare pomeriggi assieme. Una soluzione di questo tipo va costruita ed è lo stesso sindaco di Arzignano, Giorgio Gentilin, a perorarla.

«Il rispetto delle regole e il pagamento delle tasse non si discutono. E gli industriali devono capire che con l'individualismo non si va più da nessuna parte. Ci vogliono soluzioni unitarie. Si potrebbe, ad esempio, recuperare la figura del consiglio tributario del Comune prevista dalle norme vigenti». Gentilin spinge per affrontare il tema evasione con un metodo condiviso perché sa che si sta avvicinando un'altra scadenza delicatissima per il futuro di Arzignano e di tutta la valle del Chiampo, tra due anni le discariche che trattano i fanghi diventeranno sature e bisognerà trovare soluzioni innovative. Se i dati sull'export sono ancora favorevoli ai vicentini, l'industria della concia è comunque condannata a ristrutturarsi continuamente e, di conseguenza, accantonare il contenzioso con le Fiamme Gialle è una condicio sine qua non. «Per essere competitivi non abbiamo assolutamente bisogno di giocare sporco — commenta Peretti — chi ha sbagliato pagherà e ricominceremo daccapo a farci valere ovunque per quello che siamo, tra i migliori del mondo nel nostro mestiere». Prima, però, va trovata una soluzione politica che assicuri trasparenza e legalità. Se volessimo essere un pò retorici diremmo che è scoccata l'ora dei coraggiosi.

Dario Di Vico
da Il Corriere della Sera del giorno 1-09-2011; pagina 12

martedì 30 agosto 2011

Uniti per la pelle, tenuti per le palle

«L'autorizzazione è un bel messaggio, che consente a migliaia di lavoratori di andare in vacanza con la tranquillità che al rientro le aziende rimarranno aperte». È il 2008 la pagina è la numero 32 del GdV del 3 luglio. Così l'allora sindaco di Arzignano, Stefano Fracasso del Pd, commenta la maxi sanatoria ambientale che deroga ad importanti parametri ecologici in materia di reflui. Ne beneficieranno a mani basse le concerie della Valchiampo. Lo stesso giorno sullo stesso quotidiano così si esprime Giuliana Fontanella, consigliere regionale del Pdl e presidente della commissione attività produttive: «C'è grande soddisfazione per l'autorizzazione: c'è più tranquillità e ora ognuno dovrà fare la sua parte per risolvere i problemi che rimangono». E ancora, stesso giornale stesso giorno così parla Paolo Franco, senatore del Carroccio: «L'autorizzazione è un ottimo risultato, soprattutto per le imprese». Viva lo scudo ambientale. Le imprese ringraziano, i malati di tumore meno.

Ma la politica, a differenza di certe polemiche estive, non va mai in vacanza se c'è un interesse forte da tutelare. «Tutti gli imprenditori, non solo i Mastrotto che pure hanno fatto molto, hanno dato alla sanità arzignanese (e preso? Ndr)». Gianfranco Signorin (PD), assessore alla sanità del comune di Arzignano sul GdV del 28 dicembre 2008 a pagina 25 sviolina i Mastrotto e altri imprenditori. «Abbundantis... abbundandum!» diceva Totò.

«Faccio appello a tutti i sindaci possono ancora evitare la lottizzazione della società. I ruoli devono restare autonomi. Sarebbe un guaio espellere gli imprenditori della concia, rappresentanti del territorio...». Stefano Fracasso stavolta nella veste di consigliere regionale del PD sul GdV del 10 settembre 2009 a pagina 28 chiede alla politica, ovvero agli onorevoli Lia Sartori e Alberto Filippi, rispettivamente Pdl e Lega, di rimanere fuori (cosa giusta) dal cda della multiutility Acque del chiampo. Ma si spinge ben oltre e arriva a chiedere che in quel cda siano inseriti, ancora una volta, degli imprenditori conciari. Così il controllore e il controllato saranno la stessa cosa. Sonni tranquilli e affari d'oro. Non cambia il quotidiano, non cambiano data e pagina, cambia il partito, ma la musica è la stessa. «La Lega Nord giudica un grave errore pensare di non coinvolgere gli imprenditori che fino ad oggi hanno fatto la loro parte. È un grave errore ... estrometterli, al punto che la Lega Nord si dissocia, perchè non spetta alla politica gestire il consorzio. Stupisce che lo faccia un sindaco eletto nel Pdl. Gli imprenditori sono la parte attiva, sono importanti in quanto il consorzio stesso è determinante per l’economia della valle del Chiampo. Siamo in presenza di un tentativo di occupazione militare da parte della politica. E questo la Lega non può accettarlo». Questo il pensiero dell'onorevole Paolo Franco, segretario Lega Nord della provincia di Vicenza.

Franco, bontà sua, combatte i poteri forti della politica, ma si appecorona come altri a quelli più forti del dio soldo; salvo poi dimenticare che a capo della multiutility di Arzignano, la "Acque Chiampo" ci mette proprio un politico, il suo Renzo Marcigaglia. Ma tant'è. La situazione è grave. Si sbilancia perfino il giornalista; addirittura arriva a ficcare un commentino (ahi ahi deontologia) in un articolo di cronaca sempre sul GdV del 10 settembre 2009 in pagina 28: «Non si tratta solo di uno sgarbo. C’è in ballo un’estromissione che travolge l’equilibrio che fino ad ora ha retto il consorzio, consegnandolo ai capricci dei partiti». Ipse dixit Gianni Nizzero de Il Giornale di Vicenza. Ma chi lo stabilisce che quell'equilibro sia una cosa giusta? Il giornale posseduto anche dai conciari per caso?

E la sciarada delle contraddizioni non finisce mai. Le parti si scambiano. Il centrosinistra va in minoranza, il centrodestra conquista il governo cittadino. Ma come diceva Pierino, invertendo le chiappe il prodotto non cambia: «I cittadini di Arzignano diventano 007 e aiutano i vigili urbani. La collaborazione dei cittadini è stata fondamentale anche per un intervento nel quartiere Mantovano dov'era stato segnalato un uomo che, con fare petulante, si proponeva ai residenti come arrotino. Stava quasi convincendo un'anziana a farlo entrare in casa quando è intervenuta la figlia della donna che ha chiamato la polizia. L'agente di quartiere giunto sul posto ha identificato l'uomo e dal controllo è emerso che era un pregiudicato con una serie di precedenti. È stato quindi allontanato. Un altro intervento è stato possibile in località Tezze, dove gli agenti hanno trovato una sorta di falegnameria abusiva gestita da un cittadino indiano; la situazione è stata poi segnalata alla Guardia di Finanza». Il tutto promana ancora una volta dal GdV del giorno 11 settembre 2009 a pagina 30.

Ne esce bene l'operato dell'assessore alla sicurezza arzignanese Enrico Marcigaglia (figlio del politico indagato per corruzione che in "Acque del Chiampo" rappresenta quel pezzo di Lega che non vuole i politici nei cda); junior però in tutti i mesi trascorsi sino ad oggi si è tuttavia dimenticato della esistenza di un decreto convertito in legge il 30 luglio 2010. Tale decreto, è il 78 del 31 maggio dello scorso anno, prevede in soldoni questo.

Se le amministrazioni locali hanno il sospetto che sul loro territorio ci siano persone fisiche o giuridiche che evadono, se fanno segnalazioni mirate e se la verifica va a segno, l'ente locale si cucca il 50% della sanzione eventualmente erogata. Applicassero ad alzo zero 'sta roba Arzignano sarebbe più ricca di Dubai. E quindi... Perché il comune di Arzignano sguinzaglia gli 007 contro le falegnamerie abusive dell'extracomunitario indiano e non lo fa coi Mastrotto o coi loro conguaglianti? Chissà quanti soldini per rimpolpare il magro bilancio comunale. L'opposizione sbraita contro le dimensioni «ciclopiche» del fenomeno. Non contro il fenomeno, che dura indisturbato da decenni peraltro. Furbi sì, ma meglio non esagerare, dai nell'occhio altrimenti. Eh sì. I silenzi trasversali e le ovvietà trasversali dicono più di tante analisi sociologiche. Ad Arzignano c'è una potentissima «lobby politco affaristica» che ha dominato grazie alla complicità di molti. A destra come a sinistra. In basso come in alto. Nelle istituzioni, nelle banche, nella curia, nei bar, fra le squillo, nei circoli massonici e in quelli massonico filantropici. Ma monsieur l'argente de poche chiede unità d'intenti. E unità sia. Per questo gli ammonimenti alla panna montata lanciati oggi da lorsignori, quelli che sino a qualche settimana fa annuivano e inghiottivano senza se e senza ma, suonano come una sorda beffa. Che credenziali hanno costoro? Ovviamente nulle; il loro non è che salottismo di circostanza. Quanta gente unita nella menzogna. Quanti personaggi uniti per la pelle. Anzi per le palle.

Marco Milioni
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sabato 27 agosto 2011

Bruno Mastrotto? Santo subito

«Sì ma quello della concia è un sistema che gira in quel modo». Così parlò l'onorevole Max Calearo su "Repubblica del 27 agosto 2011 a pagina 21. Uno sobbalza e dice, ma caspita, chi parla non è Bepi del casolin. No è l'ex presidente dell'Assindustria Vicenza. Ma se sapeva, perché non ha parlato in passato? Perché non ha preso provvedimenti contro il collega che distorceva sua verginità la libera concorrenza? Uh, ma quando si discetta di sua santità conciaria Bruno Mastrotto la prudenza è come il botox al Billionaire di Briatore; è d'obbligo. E così nonostante il caso Arzignano deflagri su tutta la linea i «ma»e i «però» si fanno avanti pronti a tirar su la fabbrca, o meglio «el capanon», dell'omertà made in Vicenza.

E così vengono in soccorso i liberal di sinistra come Daniele Marini, Fondazione Nordest, che sempre su Repubblica non giustifica ma stempera e spiega: «Direi che non è proprio la norma. Anzi. Poi se vogliamo individuare delle spiegazioni, ma non delle giustificazioni, possiamo cercarle nella difficile competizione mondiale, negli alti livelli di tassazione e nella cultura delle piccole imprese a non aprirsi all'esterno». Eh, ma de che? Ma se hanno appena pizzicato un distretto intero che traffica ed evade. Ma di che sociologa il sociologo? Sociologo che “stranacaso” nel suo rapporto sintetico sul Nordest della Fondazione Nordest guidata da paron Tomat, alla voce criticità, ben si guarda dal puntare l'indice su aspetti come corruzione e altre corbezzole ambientalsanitarie che hanno allietato la Valchiampo.

E mentre la "sora Gramigna" della sociologia stempera e sopisce viene alla mente l'operato di un altro campione della Fondazione Nordest. Quel bravo, quando vuole o serve, Paolo Possamai che sulle pagine, guarda caso, proprio di Repubblica scriveva la sua agiografia mastrottesca: «Le note a margine di Bruno Mastrotto non sono quelle di uno dei tanti operatori del comparto concia, ma di chi da solo pesa l' 1% della produzione mondiale. Le parole trovano riflesso nei numeri della holding, che nel 2008 registrava ricavi consolidati per 253,5 milioni e un margine operativo lordo di 10,88 milioni, parametri passati nell' esercizio successivo rispettivamente a 217,5 e 15,09 milioni, e infine a 253,9 e a 10,95 milioni lo scorso anno, mantenendo sempre poco sotto l' 80% la quota delle esportazioni. Mastrotto è insieme specchio e anomalia, capostipite e anticipatore di tendenze nel settore conciario. Non è da tutti avere codificato 13mila colori, di cui 430 in pronta consegna e 70 disponibili in 48 ore. Non è da tutti avere attrezzato un laboratorio che oltre a monitorare costantemente le acque di scarico sui campioni di pelle lavorata realizza test di resistenza alla luce e alla trazione, allo scoppio e al calore, alla flessione e all' umidità. Non è da tutti destinare il 4% del fatturato alla voce ricerca e sviluppo, oppure avere nel portafoglio clienti sia big del comparto moda come Tod' s che dell' arredamento come Ikea. E poi, caso assolutamente sui generis, il gruppo può contare su sei stabilimenti nel distretto della valle del Chiampo (Vicenza) e poi su impianti produttivi in Brasile e Indonesia. Nella valle del Chiampo, un dipendente ogni 10 tra tutte le industrie conciarie riceve lo stipendio dai fratelli Mastrotto. Le attività di Bruno e Santo avviate in Brasile nel 2000 e Indonesia nel 2005 generano ricavi per oltre un centinaio di milioni, che non sono consolidati dal gruppo ma da Mastrotto International, in cui rientrano anche altri investimenti della famiglia (tra cui anche Midac, produttore di batterie per autotrazione che vale un fatturato di 108 milioni di euro). Fatte un po' di somme, mettendo assieme concia, immobiliare e batterie, il giro d' affari complessivo sfiora il mezzo miliardo. Che non è poca cosa, ricordando che Bruno e Santo sono nati contadini e che mezzo secolo fa, quando hanno avviato la loro prima bottega, per lavorare le pelli dovevano spostare il tavolo della cucina».

Possamai cita addirittura i «430 colori» in pronta consegna ("sti cazzi" diranno gli ingegneri, i chimici o gli informatici di Bosch, Google, Oracle o Basf"). Ma non sia mai che Possamai si ricordi che Brunone è indagato per corruzione. Sì perché il suo articolonzo è datato 4 aprile 2011; non primo aprile 1950 quando i conciari della prima ora epicamente scendevano dalle montagne del sapone per far la pelle alla Valchiampo al grido di "scheeeei diocan". Chissà quanto sarà sobbalzato "sora Grifagna" Possamai quando su Repubblica del 27 agosto ha letto un vero articolo coi controcoglioni scritto da Roberto Mania.

E dopo "sora Gramigna" e "sora Grifagna", sempre pasolinianamente danzando, è il turno del terzo del club. Sentite che cosa scriveva la "sora Micragna" del Corsera Dario Di Vico, uno che viene dalla Uil e che quindi conosce bene il mondo delle «signorine grandi firme» come dice Vauro.

Di Vico pontifica: «... l' onore della città era squassato dalla scoperta di una mega-frode dell' Iva per centinaia di milioni di euro messa in opera da una cricca locale chiamata Dirty Leather, capeggiata da Andrea Ghiotto proprietario della locale squadra di calcetto candidata allo scudetto tricolore. La cricca usava come quartier generale un ristorante del centro, aveva come clienti piccoli e medi conciatori e aveva corrotto commercialisti, fiscalisti e dipendenti dell'Agenzia delle Entrate...». Insomma la corruzione dei grandi non c'è. È una faccenda di ghiottini, ghiottine e inghiottine. La devastazione ambientale men che meno. Il «tumorificio Valchiampo» denunciato dall'ex IdV Claudio Rizzotto non s'ha da citare.Eppure nel settembre 2010 mezza Italia aveva visto e sentito su "Presa Diretta" a Rai Tre le gesta del signore delle pelli Bruno Mastrotto. Ma Di Vico, che vichianamente crede nei cicli della storia, aveva già passato il giro.

Se poi qualche pazzo si prendesse la briga di andare a digitare LaSberla.net (mi secca autocitarmi, ma mala tempora currunt) scoprirebbe che il 21 maggio 2010 scrivevo: «... Mi sono bastate un paio di visite agli archivi della camera di commercio di Vicenza per sapere che il grosso del Gruppo Mastrotto spa (cito il nome della nave ammiraglia del settore perché è il più noto) in realtà appartiene alla holding Mastrotto International spa. Quest’ultima a sua volta è posseduta in gran parte da una società di diritto lussemburghese che si chiama Texcoco Holding SA. Piccole quote della Mastrotto International sono poi detenute da altri due società lussemburghesi, la S.P.I.C. SA e la CORIUM SA. Come mai si ricorre a questo giochino di scatole cinesi finanziarie? Chi sono i veri proprietari delle compagnie di diritto lussemburghese che dominano la piramide societaria del Gruppo Mastrotto?... Sarebbe bello sapere quindi se le imprese del distretto della concia (ma non solo loro) usano le holding nei paradisi fiscali solo per ragioni di efficienza tributaria (chiamiamola così) o se invece sotto c’è dell’altro. Magari la volontà di sottrarre imponibile al fisco italiano...».

Un anno dopo scoppia lo scandalo nazionale che coinvolge i fratelli Bruno e Santo Mastrotto. Certo Marini e Di Vico non hanno avuto il tempo di leggere queste quattro righe scribacchiate su un blog di provincia. Possamai invece qualche opportunità ce l'aveva visto che il figliolo è una delle promesse del Pd a Vicenza. Ma forse junior, che mai ho sentito sparare sulle cricche della concia, era impegnato tra un festival del lecca lecca antileghista e un vernissage dell'Iphone democratico. Sui Mastrotto meglio minimizzare. La pelle è denaro, la pelle è fashion. Meglio coprire, meglio lenire, meglio gioire. E domani? E Bruno Mastrotto? Santo subito. Ovviamente.

Marco Milioni
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giovedì 11 agosto 2011

A un passo dall'abisso

(m.m.) «In Italia e altrove i nodi più sporchi stanno venendo al pettine. Un governo sul quale si stagliano gli spettri della corruzione, della mafia e della incapacità più assoluta sta andando incontro alla sua ultima trasformazione: il nulla... A questo punto c'è solo una impervia strettoia per avere la speranza di non bruciare tutto. L'opposizione si deve dimettere in massa e forzare la situazione: permettendo quindi di fatto al capo dello Stato di sciogliere le camere mandando a casa l'esecutivo. In tal senso è inutile sentir sbraitare le minoranze parlamentari mentre invocano le dimissioni del premier, visto che in questo momento hanno il potere di defenestrarlo al prezzo delle dimissioni delle minoranze medesime». Sono questi i passaggi salienti di un durissimo dispaccio diramato questo pomeriggio dal professor Renato Ellero. Quest'ultimo per vero già otto mesi fa, ma anche in altre precedenti occasioni, aveva preconizzato nel suo libro dedicato all'affaire Tulliani, uno sviluppo della situazione nazionale non dissimile da quello che sta prendendo corpo in questi giorni. Ed Ellero infatti non punta l'indice solo contro il centrodestra, ma sferza le minoranze e invita de facto il capo dello Stato a dare il ben servito all'esecutivo, pena qualora tali passi non si materializzino una debacle socio-politica che potrebbe essere «impietosamente crudele».

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martedì 9 agosto 2011

Crisi, ultime notizie dal baratro

Tutto è a posto e niente in ordine: due grandi notizie sono arrivate. Uno, gli Stati uniti hanno evitato il default. Due, il piano di salvataggio della Grecia è stato sbloccato. Qualcuno potrebbe dire che i piromani festeggiano il piano antincendio. E, per questo, dobbiamo stare attenti al “pacco” che ci stanno inviando e che presto riceveremo a casa. Infatti niente è in ordine. La truffa continua e si espande. Barack Obush si è messo d’accordo con i repubblicani, accettando quasi tutte le loro richieste. I ricchi non perderanno niente, le banche neppure. L’America si è fatta una legge che alza il tetto del suo debito a cifre da capogiro. Cioè si è autorizzata a continuare a indebitarsi. Il crac l’hanno messo in cantina, così non si vede. Poi salterà in aria anche la cantina, con noi dentro.

Il piano europeo per “salvare la Grecia” (e Irlanda e Portogallo) è stato bloccato. Come? I Fondi Europei di Stabilizzazione Finanziaria (Fesf) sono stati autorizzati a comprare le obbligazioni greche irlandesi e portoghesi. Ma i soldi di chi sono? Sono i nostri. Cioè con quei soldi si compreranno i debiti marciti e puzzolenti degli Stati indebitati, liberando le banche che sono creditrici. Peggio che nel 2007, quando tutte le banche decotte e fallite furono salvate dai contribuenti. Questa volta addirittura le banche vengono salvate in anticipo, prima che subiscano altre perdite. Splendido. Certo c’è la foglia di fico che dice che le banche private possono “partecipare volontariamente” (dilazionando le richieste di pagamento). Se lo fanno, di nuovo, è perché saranno garantite dagli Stati, cioè da noi. Tutto questo si chiama socializzazione delle perdite e privatizzazione del guadagno.

La risposta è una sola: cominciare la resistenza di massa contro le misure di austerità che ci verranno imposte. Non pagare l’indebitamento che è stato creato dal sistema finanziario. Questa non è l’Europa dei popoli, questa è ormai solo l’Europa dei banchieri.

Giulietto Chiesa
da ilfattoquotidiano.it
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giovedì 4 agosto 2011

Cocaina dai narcos per la 'ndrangheta: catturato a Vicenza

Nel Vicentino ci veniva di frequente, per incontrare la sua fidanzata. La polizia di Bologna lo teneva d'occhio da tempo e quand'era in città lo faceva seguire dalla squadra mobile di Vicenza, guidata dal vicequestore Marchese, che ha contribuito a catturarlo. In manette è finito Giuseppe Petullà, 47 anni, calabrese. È accusato di aver fatto parte di una banda che importava grosse quantità di cocaina dalla Colombia e le smerciava in mezza Italia.

La Mobile bolognese, coordinata dal servizio centrale operativo e dalla direzione centrale per i servizi antidroga, ha arrestato ieri 12 persone in Italia e all'estero. Si tratta di un'operazione internazionale contro la cosca della 'ndrangheta Mancuso di Vibo Valentia, che tramite referenti a Bologna importava in Italia fiumi di cocaina trattando direttamente con narcos colombiani in Spagna e in Sud America. Due persone sono state fermate in Italia, una in Austria. L'indagine - denominata in gergo “Due Torri Connection”, durata un anno - ha portato a scoprire che i Mancuso avevano a Bologna dei “rappresentanti” che concludevano trattative per acquistare cocaina. In Emilia, infatti, operava per conto della cosca Francesco Vintrici, 39 anni, che organizzava summit con gli spagnoli e i colombiani nella taverna di una sontuosa villa modello Scarface di proprietà di uomini della 'ndrina calabrese, nel Comune di Bentivoglio.
L'operazione è scattata dopo che le due parti stavano trattando l'arrivo in Italia di 1.500 chili di “neve”: secondo il progetto criminale la droga avrebbe viaggiato nascosta in scatoloni a bordo di aerei privati decollati dall'aeroporto di Quito, in Ecuador, oppure in containers stivati su motonavi provenienti dal Sud America e nascosta all'interno di finti carichi leciti.

Gli arrestati sono accusati, a vario titolo, di associazione a delinquere finalizzata al traffico internazionale di sostanze stupefacenti. Il ruolo di Petullà deve ancora essere chiarito nel dettaglio, come pure i suoi contatti a Vicenza. Gli inquirenti hanno il sospetto che potesse tenere dei contatti per la cessione di droga.

Diego Neri
da Il Giornale di Vicenza del 4 agosto 2011; pagina 16

mercoledì 27 luglio 2011

Porto Tolle: derattizzare la Cgil

Come da programma la lobby del carbone ha avuto la meglio sulla legge. E il ginepraio della borghesia mafiosa che vi orbita attorno pure. Il consiglio regionale del veneto con una norma ad aziendam in puro stile berlusconiano ha modificato la disciplina che impediva la riconversione a Porto Tolle nel Rodigino di una centrale elettrica un tempo alimentata ad olio da combustione e domani a carbone. Che la politica si inginocchiasse per una fellatio in ore bypartisan davanti ai desiderata dei soliti poteri forti era un dato preventivato. Che la stampa, specie il Gruppo Corsera, si appinguasse a ruota stava scritto nelle sacre scodelle della finanza.

E ancora. La prona speditezza con la quale il governatore leghista Luca Zaia ha chiesto e ottenuto il voto del consiglio è sotto gli occhi di tutti. Come lo è il servile comportamento del Pdl. Altrettanto atteso anche se più naïve è il comportamento del Pd. Il partito del companatico. Laura Puppato, punta di diamante democratica a palazzo Ferro Fini fu tra i catalizzatori del ricorso alla magistratura amministrativa contro la riconversione, ora ha dovuto ubbidire in buon ordine agli ordini del segretario nazionale Pigi Bersani, il padre putativo della riconversione. Un segretario che in queste settimane guida un movimento appestato da indagati e arrestati come fossimo in un lazzaretto di manzoniana memoria.

Nel quale peraltro monatti e bravi di dalemiana osservanza s'affrettano s'adoprano e s'affannano a mettere al sicuro un bottino di credibilità che è ormai un sacco vuoto rigonfio di nulla. E ancora scontata è la precanta pro centrale ficcata in borsetta dalle signorine grandi firme di Cisl e Uil; gruppi ormai ridotti a portinai del pied-à-terre confindustriale che è diventato il loro de facto sindacato unitario. E da mettere in preventivo era pure l'appoggio della Cgil. Lo si era capito soprattutto dopo la visita di Miss Camusso in Veneto. Dal Pd e da certi ambienti lobbistici che contano più di Confindustria e Pd erano giunti ordini precisi e la Cgil ha eseguito. Gli azionisti e il management Enel ringraziano.

Sorprendono invece la volgarità e la gradassa insolenza con cui la Cgil e i quattro miserabili spediti a fare ammuina con tanto di bandierine ai consigli regionali hanno difeso le presunte ragioni dei presunti 3.500 lavoratori che saranno generati dal generatore a carbone. La parola magica dei sindacalisti, a partire dal lobbista bersaniano Fabrizio Solari, membro del direttivo confederale di Cgil con delega alle reti, è stata occupazione. Ma ricorderei a lorsignori che anche la mafia, il narcotraffico, la schiavitù, generano un indotto in termini di occupazione e lavoro. Sponsorizziamo pure loro? È chiaro che un impegno tanto serrato a favore della riconversione è figlio anche di un pensiero sviluppista che comincia ad essere contestato anche in Cgil e che è la vera cornice di riferimento quando si allarga il discorso. Ma nel caso di Porto Tolle l'artenativa era tra lo "sviluppista metano" e lo "sviluppista carbone". Col secondo che è più inquinante e più e economico. E più economico significa che qualcuno ha già intenzione di lucrare sulla differenza in modo più o meno lecito. Un lucro che certo non finirà in bolletta come risparmio rilevante per gli utenti, ma che orbiterà dalle parti di chi vende il carbone, di chi lo acquista, di chi lo rivende e di chi lo trasporta. C'è poi un altro elemento che rende la vicenda grottesca. A poche miglia nautiche da Porto Tolle non c'è un mega rigassificatore? Buon senso non vorrebbe che si usasse parte di quel combustibile per alimentare una centrale a turbogas ben più ecologica di una carbone? Quanto inquineranno le navi o i mezzi che trasporteranno il duro fossile?

L'otre e la greppia hanno avuto la meglio. A onor di cronaca va poi ricordato che in consiglio regionale solo IdV e FdS hanno battagliato contro un'ampia maggioranza trasversale. E ciò va a loro merito. Rimane il salto di qualità, seppur nello squallore, messo a segno della Cgil, la quale se non vuole perdere quel po' di credibilità che le deriva da tante persone per bene che sul territorio si battono ancora secondo coscienza, deve essere da subito derattizzata. Ma la missione è impossibile.

Marco Milioni

Il GdV e la casta dei padroni

Il GdV di ieri a pagina 16 dedica ampio spazio ad un servizio di cronaca dedicato a fatti di droga. In tre sono finiti in manette. Due bianchi per possesso e spaccio di 13 grammi di coca e un nero perché in possesso di 8,3 grammi di marijuana. Ovviamente la foto sbattuta in pagina è quella del “negro” che spaccia un po' d'erba. Lo stesso giornale dedica altri servizi a vicende di giudiziaria. Due presunti topi d'appartamento messicani sono fotografati e spiattellati sul giornale. Lo stesso vale per altri bianchi italiani coinvolti in piccole magagne penali (storia a sé ovviamente fa la vicenda Canalia). A pagina 24 c'è la notizia dello scoppio alla “St Powder Coatings” di Montecchio.

La giornalista correttamente inserisce il nome dell'azienda nella titolazione, ma il giornale ben si guarda dallo sbattere in foto le facce degli amministratori o quelle dell'entrata della ditta medesima. Ma il top della mimesi mediatica si raggiunge a pagina 25 in un pezzo che riguarda un gravissimo episodio relativo ad un presunto sversamento illecito di acque reflue da parte di una ditta di lavorazione del pellame. Il climax è esaltante a suo modo: «... con l'aiuto dei tecnici di Acque del Chiampo, gli ispettori dell'Arpav, hanno intrapreso un percorso a ritroso per rintracciare l'origine della fuoriuscita. Hanno ispezionato i pozzetti per verificare tracce di inquinamento e sono risaliti a monte della rete meteorica per arrivare, dopo tre ore, un chilometro più in su in via della Concia 43, dove si trova un'azienda conciaria».

Insomma chi scrive dà tutti gli elementi per risalire alla ditta ma non ne fornisce né il nome né si prende la briga di fotografarne e pubblicarne il portale. Come dire, vorrei ma non troppo. I nomi invece li fa il Corveneto di ieri a pagina 6 (l'azienda in questione è la Creative Leathers srl, ma manca ancora la foto) anche se nell'articolo in questione viene incastonata una gemma spaziale mica da poco: «... al momento gli agenti della polizia locale... stanno ancora svolgendo indagini... prima di comminare eventuali sanzioni penali».

Forse qualcuno non ha spiegato alla giornalista che le sanzioni penali le irroga il giudice dopo un iter prestabilito e non certo il vigile urbano. Ad ogni modo l'impressione che se ne ricava è sempre la solita. Spavaldi coi deboli, deboli coi forti. È la vecchia storia dell'informazione di classe. O meglio classista. Ora si sa il GdV è degli industriali berici e il Corveneto ha tra i suoi editori pezzi importanti della finanza italiana. Ma mi domando, gli ordini partono dalla scuderia centrale o sono gli stallieri che sono più realisti del re tanto da preferire l'automutilazione solipsistico-mediatica? Non è la prima volta che sul GdV ci si imbatte in una selva del genere. E non credo che sarà l'ultima.

Marco Milioni

lunedì 25 luglio 2011

Pecori se ne va ma il posto-bis è già prenotato

(a.t.) A metà settimana si decide la sorte (non definitiva) di Massimo Pecori assessore casiniano nella giunta variatiana. È dimissionario dall'8 luglio, ma la legge sugli enti locali lo colloca tuttora nel freezer della provvisorietà: potrebbe anche de-dimissionarsi e tornare sulla poltrona che, peraltro, continua a occupare in municipio per sbrigare la cosiddetta “ordinaria amministrazione”.

Dopo venti giorni, però, il passo formale fatto a inizio mese diventa sostanziale: se non ritira l'addio, non farà più parte per conto dell'Udc della squadra del sindaco Achille Variati che con lui, garantisce, «ha sempre lavorato bene».Che cosa potrebbe succedere a giorni? Che a Roma gli organi di autogoverno della magistratura decidano sulla sorte gerarchica del padre, Paolo Pecori sostituto procuratore a Santa Corona e aspirante al ruolo di vertice della Procura vicentina. Le dimissioni del figlio assessore dipendevano e dipendono da questa vicenda: «Lascio per non intralciare da politico il giudizio sulla promovibilità di mio padre magistrato» aveva detto in sostanza Massimo Pecori.

Un primo indirizzo sull'assegnazione del ruolo di procuratore capo vicentino è già stato dato durante la fase istruttoria: non favorevole a Pecori senior, battuto “ai punti”. La prassi dice che, a questo punto, la sorte dell'ufficio è segnata: la Procura andrà al sostituto di Venezia Bruno Cherchi. Ma, se a Roma il plenum del Consiglio superiore della magistratura non decide entro qualche giorno, scatta a Vicenza la questione del posto che Pecori junior perde in Comune. Quindi, se sulla vicenda del padre la parola definitiva sarà detta solo in settembre, per un mese-un mese e mezzo la poltrona assessorile del figlio resterà in sospeso. Perché lui vi ritorni? Probabile.

Le attestazioni di stima - arrivate in abbondanza a Massimo Pecori nei giorni delle sue dimissioni causa intreccio di carriere famigliari - valgono per l'assessore “uscente” come una specie di caparra per il ritorno a Palazzo Trissino. E proprio il sindaco Variati è dell'idea che «il congelamento della situazione per qualche settimana» sia la cosa migliore: Pecori junior non sarebbe più assessore nei brevi tempi balneari e di fine estate, ma la fiducia gli verrebbe riconfermata con una chiamata-bis in giunta all'inizio dell'autunno.

da Il Giornale di Vicenza del 25 luglio 2011; pagina 10

venerdì 15 luglio 2011

Emmaberica e la guêpière garantista

«Val Di Susa, caso gravissimo... Altro che eroi, sono delinquenti». Così tuonò Emma Marcegaglia, la Giovanna D'Arco di Confindustria durante l'assise vicentina. Così almeno riporta il GdV del 5 luglio 2011 a pagina 7 e non faccio fatica a credere al bravo Gianmaria Pitton.

Lancia in resta la pasionaria che di solito si dice garantista attribuisce, la patente di delinquente, colui che quindi ha violato la legge a seguito di accertamento processuale, a chi ancora non ha affrontato ancora il giudice. Epperò la neo-forcaiola il 7 maggio parlava in tal maniera: «È un unicum in Europa. Una cosa di questo tipo se dovesse prevalere allontanerebbe investimenti esteri mettendo a repentaglio la sopravvivenza del sistema produttivo». La «presidenta» infatti ad inizio primavera aveva così attaccato la magistratura dopo la storica sentenza sulla Thyssenkrupp Italia, i cui vertici sono stati ritenuti responsabili della orrenda morte per fusione di alcuni operai. Forse Emma non lo ricorda, forse crede che il metallo fuso su quelle carni ancora vive fosse una nuova modalità di peeling aziendale all inclusive nella beauty farm siderurgica.

Epperò come mai con la Thyssen la Marcegaglia usa la guêpière garantista e con i No Tav il frustino sadomaso-giustizialista? Se i No Tav sono «delinquenti» perché non ha chiamato i capoccia di Thyssenkrupp, a cominciare da Harald Espenhahan, assassini? Quest'ultimo infatti non ha tirato una bottiglietta di ammoniaca in faccia ad un agente (bottiglie non ancora trovate peraltro: le creeranno come le molotov fantasma del G8 di Genova?). Herr Espenhahan è stato condannato in primo grado per omicidio volontario. Ma se l'orizzonte è il profitto allora tutto è lecito e la condanna per omicidio non fa diventare reprobi i responsabili. No, diventa «un unicum». Una specie di amaro, con cui innalzare libagioni al dio soldo. Gli straccioni valsusini invece si battono per una cosa che non ha prezzo e per questo vanno arsi vivi col fuoco dei media e dei partiti compiacenti. Un fuoco che puzza assai più di quello che ha bruciato i poveri disgraziati di Torino.

Così mentre Lady M a Vicenza si faceva il maquillage col concetto di legalità si dimenticava fra l'altro delle rogne giudiziarie delle aziendine di famiglia, col babbo indagato per traffico illegale di rifiuti. Allo stesso modo Lady M si è pure dimenticata di ricordare i dubbi neri sulla Tav, i costi, gli appalti che finiranno ai suoi amici e agli amici degli amici. E soprattutto s'è dimenticata l'ombra della mafia come documentato sulla Rai e su La7 da diversi giornalisti: a partire da Sandro Sortino. Guêpière con la Thyssen, frustino coi No Tav. E con la mafia? Tailleur, sigaro e reggicalze?

Marco Milioni
da VicenzaPiù del giorno 8 luglio 2011; pagina 3
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