sabato 22 luglio 2017

Miteni, le Rsu: «Azioni legali verso la società». Ma la triplice nicchia


"Cara Miteni siamo in stato di agitazione perché la disdetta unilaterale da te decisa per gli accordi aggiuntivi altro non è che una scusa per un futuro fatto di deregulation sul piano della sicurezza, della pesantezza dei turni e della contropartita economica. Affermare come fa la dirigenza che quegli accordi sono vecchi di quarant'anni è falso perché si tratta di intese riaggiornate via via nel tempo e che se azzerate riporteranno le condizioni di fabbrica indietro agli anni Sessanta". Alla grossa suona così il messaggio lanciato dai rappresentanti sindacali aziendali di Miteni, le Rsu, che oggi a mezzodì si sono trovati davanti la sede dell'azienda a Trissino nel Vicentino per fare il punto della situazione.

La ditta peraltro da anni è al centro di una durissima querelle ambientale che la vede accusata dall'Arpav di un vastissimo fenomeno di inquinamento che avrebbe interessato le falde di tutto il Veneto centrale e che sarebbe stato causato dai Pfas, i temutissimi derivati del fluoro che costituiscono una delle lavorazioni più importanti dello stabilimento di proprietà di una multinazionale germanico-lussemburghese, la Icig. Le accuse di Arpav sono poi scaturite in una vera e propria inchiesta penale condotta dalla Procura della repubblica di Vicenza.

IL BRIEFING E LE CRITICHE
Durante il briefing di oggi le Rsu hanno anche affrontato un altro tema caldo. Quello del recente incontro tra i delegati di Confindustria Vicenza, i segretari confederali provinciali di Cgil, Cisl e Uil e l'azienda, dacché quest'ultima in quella sede avrebbe illustrato un piano di rilancio in forza del quale il management avrebbe cercato di rassicurare la triplice sia sul rilancio aziendale in termini di tenuta dei livelli occupazionali, sia in termini di avvio dell'iter di bonifica: che non solo si preannuncia lunga e costosa ma che al momento è al palo. «Onestamente - rimarca Renato Volpiana, il primo a sinistra nel riquadro, rappresentante aziendale per Filctem, la sigla della Cgil che segue i chimici - non ho proprio capito la ratio di quell'incontro di pochi giorni fa che nemmeno conoscevamo nel dettaglio». Non mancano poi le accuse ad alzo zero verso la società, presa di mira «per abbassare gli standard in tema di sicurezza dei turni di lavoro e di remunerazione a fronte di un management che mai come era capitato prima si assegna benefit da sogno in termini di auto di livello premium assegnate a quel dirigente piuttosto che a quel quadro. Benefit alto di gamma concepiti in faccia al lavoro di chi si spacca ogni giorno la schiena durante il turno».

FREDDEZZA NEL SINDACATO
Parole che denotano una certa freddezza nei confronti della iniziativa cui si aggiunge un altro elemento. Da quando nel 2013 l'affaire Miteni è esploso in tutta la sua virulenza, pur a fronte degli altissimi livelli di derivati del fluoro rilevati nei lavoratori, livelli di molto superiori anche a quelli dei cittadini delle aree più contaminate, il sindacato non ha mai dato mandato ai suoi consulenti, e medici e legali, il mandato per avviare una azione legale sia in ambito del lavoro, sia in ambito civile sia penale a supporto delle maestranze che si ritengono colpite sul piano della salute con risvolti anche sul piano giudiziario. «Noi abbiamo chiesto questo intervento ma fino ad oggi da parte dei vertici provinciali c'è stato un atteggiamento molto prudente. Detto questo - rimarca ancora il rappresentante della Rsu - i lavoratori comunciano ad essere davvero preoccupati tanto che stiamo pensando di muoverci anche in autonomia». Una presa di posizione che è destinata a pesare come la pietra anche alla luce del fatto che i valori sulla presenza dei Pfas nel sangue degli operai vengono comunicati alle maestranze con cadenza annuale.

LO SPETTRO AMBIENTALE
Tuttavia sul fronte Miteni la situazione rimane incandescente non solo sul piano sanitario, ma anche su quello ambientale. Da quando la contaminazione è stata acclarata il piano per cambiare le fonti di approvvigionamento idrico langue: si tratta di un piano complesso dai costi improbi che si aggirano sui 200 milioni. Altrettanto potrebbe costare l'intera bonifica della matrice inquinante della Miteni, sempre che questa sia possibile, tanto che da mesi comitati e ambientalisti si domandano se mai il privato, cui per legge spetterebbe l'onere, avrà mai la forza per sostenere un eventuale incombenza di questo tipo.

Rispetto alla quale c'è un altro elemento che bisogna tenere in considerazione. Pochi giorni fa infatti i media locali hanno dato notizia del protocollo d'intesa che dovrebbe dare l'abbrivio ufficiale al piano di caratterizzazione della Miteni. Si tratta di una procedura ufficiale che non solo è propedeutica alla bonifica, ma che soprattutto, proprio a fronte di un risanamento ambientale che dovesse rimanere solo sulla carta, darebbe la stura alla magistratura e agli inquirenti di contestare il reato di omessa bonifica, che per definizione, ove la riqualificazione ambientale finisse per languire, diviene un reato che non si prescrive perché permanente.

INCOGNITE GIUDIZIARIE
In realtà una delle critiche più dure del fronte ecologista alla Regione si era concentrato proprio sulla lentezza con cui l'amministrazione capitanata dal governatore leghista Luca Zaia stia progredendo alla stesura del protocollo che coinvolge anche il comune di Trissino e la provincia di Vicenza. Ora dalla lettura approfondita delle carte occorrerà capire se quel protocollo codificato in una delibera della giunta regionale con tanto di corposo allegato, sia veramente il primo step per il piano di caratterizzazione, con tutte le magagne penali che conseguono per la società in caso di inottemperanza. O se invece si tratta di una semplice lettera di intenti che lascia al privato lo spazio per non essere chiamato a rispondere rispetto ad alcune fattispecie penali.

Marco Milioni

martedì 18 luglio 2017

Alberto Peruffo Vs Miteni e Regione Veneto

Nel mentre i cittadini vengono travolti da botte e risposte (v. postilla in calce) e da notizie poco rassicuranti (v. le news sul via libera all'impianto di cogenerazione concesso dalla Regione Veneto alla MITENI, fino agli strani rapporti di parentela tra il gruppo proprietario dell'industria della Valle dell'Agno e la belga Solvay) rimane da capire che cosa oggi stia bollendo davvero nel pentolone PFAS. Dalle parti di Confindustria Vicenza si parla sempre più incessantemente di un incontro riservatissimo a cui dovrebbero partecipare in settimana i vertici provinciali dei sindacati confederali, con i vertici aziendali della MITENI e i rappresentanti della stessa Confindustria berica. Incontro riservatissimo per stabilire esattamente che cosa visto che stando ai quotidiani regionali l'amministratore Antonio Nardone si è schierato in modo molto duro contro i lavoratori e i sindacati stessi?

L'altra questione importante riguarda poi il comportamento della Magistratura. Ipotesi di reato così pesanti quali quelle messe sul tappeto dai Carabinieri del Noe dovrebbero indirizzare l'autorità giudiziaria verso un sequestro cautelare del quale non si ha alcun sentore: cosa davvero incomprensibile.

PS a margine: tutti quanti abbiamo letto la risposta di Bottacin alla Conferenza PD. Lo scrivo per esperienza e perché fa parte del mio lavoro: quando un'istituzione in un comunicato stampa ufficiale esordisce con le parole di un filosofo (Schopenhauer) dimostra la perdita di autorità della stessa istituzione. Essa non sa più trovare le parole e chiede aiuto a un autore autorevole, le cui parole spesso sono usate per rimescolare il polverone di ciò che non si sa dire. E' un fatto più unico che raro trovare questa procedura in un comunicato stampa ufficiale istituzionale, il quale dovrebbe essere semplicemente una scrittura di fatto, non una scrittura di buone intenzioni aperto da un proclama filosofico. Tutto ciò conferma quanto scritto nel post precedente: «La perdita di autorità da parte dei dirigenti della Regione dopo il BUR [sul cogeneratore, n.d.r.] dell'altro ieri è stata siglata a chiare lettere». Ora il nuovo CS della Regione conferma questo mio pensiero. E offre indizi. Peggio di Bottacin in fatto di comunicazione e autorità ha fatto solo l'Ufficio Stampa di Nardone quando ha indetto la oramai celebre - per pochezza - Lectio Magistralis con un Dottor Nessuno per tentare di riversare contenuti autorevoli sul teatrino quotidiano della bontà della sua azienda.

Tutto ciò non sono indizi da poco. Ci mostrano il profilo intellettuale delle parti in campo. La loro grande o scarsa intelligenza. Anche nel prendere in giro le persone. Non tutte però si lasciano incantare dalle arguzie e dalle arroganze di presunte filosofie o citazioni mirabolanti. Qualcuno conosce Schopenhauer meglio di questi signori, usurpatori del bene comune anche quando attingono al pensiero di un povero grande filosofo che si rivolterebbe nella tomba se sapesse che le sue parole sono state scritte in un comunicato stampa "ufficiale" di una Regione che si prepara a promulgare un'autonomia identitaria fondata sulla veneticità dei cosiddetti veneti (magnifico argomento! direbbe Schopenhauer) e non sulla libera autonomia di pensiero e di azione di cittadinanze che non vogliono più essere schiave di Stati e di plutocrazie territoriali come la stessa Regione Veneto con i suoi feudatari confederati ha dimostrato di essere. Sono o non sono veneti confederati fino al midollo delle ossa Zonin, Galan, Chisso, Marzotto e compagnia bella? Con quali signori si incontrano i sindacati e perché?

Quali di questi ultimi - delle sigle sindacali confederali - sono succubi di questo sistema "confederato" tenuto in piedi per troppi anni in questa Regione? La RIMAR - 40 anni di storia - non vi dice niente? E' davvero possibile un cambio di passo nel mondo del lavoro dopo tutto questo polverone? Non aggiungo altro e chiudo con le terribili parole di Schopenhauer che credo il filosofo tedesco pronuncerebbe contro Bottacin per aver abusato del suo pensiero: «Noi siamo un’armata di fantasmi che assediamo l’inaccessibile». Questo saremo noi - attivisti - di fronte alla MITENI e al Palazzo della Ragione. Ops, della Regione.

Alberto Peruffo

fonte:
pagina Facebook Acqua bene comune libera dai Pfas, pubblicato il 18 luglio 2017 alle 10,43
url sorgente:
https://www.facebook.com/groups/437427346291025/permalink/1634932123207202/
versione pdf:
https://drive.google.com/file/d/0B79_g8yAOzcBV2VEZ0dCeDUzSFk/view?usp=sharing

mercoledì 12 luglio 2017

Pfas nei terreni, task force per la bonifica

Bonificare l'intera area della Miteni dai Pfas e da qualunque altra sostanza pericolosa. Sarà questo l'obiettivo finale della nuova task force formata da Regione, Provincia, Comune di Trissino e Arpav. I quattro enti hanno già approvato il protocollo che servirà a coordinare le attività di analisi e messa in sicurezza del sito inquinato, documento che era stato annunciato dopo un vertice tra gli enti avvenuto a palazzo Balbi a Venezia.

L'INTESA. Con il protocollo vengono messi nero su bianco tutti i passi che i quattro soggetti si prefiggono di attuare per eliminare la contaminazione da sostanze perfluoroalchiliche dall'area della Miteni, nel territorio comunale di Trissino. Uno dei punti principali riguarda dunque l'istituzione di un comitato tecnico, sotto la regia della Regione, che avrà il compito di dare sostegno tecnico e giuridico, nelle varie azioni, all'amministrazione comunale trissinese e a palazzo Nievo. Prima di agire, però, sarà necessario conoscere nel dettaglio quali sostanze si trovino nei terreni dell'area di proprietà della Miteni e dove esse siano precisamente localizzate. A tal fine, entro 60 giorni dalla firma dell'accordo, dovrà essere redatto un nuovo piano di caratterizzazione. Come si legge nel protocollo, la Miteni dovrà aggiornare ed integrare l'analisi del rischio dei suoli e, qualora necessario, presentare il progetto di bonifica e di messa in sicurezza del sito di proprietà. La stessa ditta sarà inoltre tenuta a presentare il progetto di bonifica della falda acquifera sotterranea. Tra gli interventi è prevista anche l'implementazione di adeguate misure di prevenzione sul sito trissinese, volte ad impedire che le acque sotterranee contaminate possano fuoriuscire dall'area. Arpav metterà a disposizione le proprie strutture specialistiche per eseguire le indagini, le verifiche tecniche e di laboratorio, nonché gli accertamenti sugli impianti e le installazioni.

L'AUTORIZZAZIONE. Tra gli altri punti del protocollo figura il riesame, da parte della Provincia, dell'Autorizzazione integrata ambientale rilasciata all'azienda. «I tecnici stanno esaminando la documentazione presentata da Miteni, per capire su quali punti sia possibile migliorare - specifica il consigliere provinciale con delega all'ambiente Matteo Macilotti -. Alla fine saranno decise le prescrizioni per l'azienda». A breve sarà convocata la prima conferenza dei servizi, che vedrà gli enti coinvolti esaminare la documentazione in contraddittorio con la stessa ditta.

L'AZIENDA. «È apprezzabile che ci sia un coordinamento tra tutti gli enti per affrontare la situazione». È il commento della Miteni di fronte all'approvazione del protocollo d'intesa. «È positivo - continua l'azienda di Trissino - notare che tra i firmatari dell'accordo ci sia anche Arpav: l'agenzia ha già affiancato l'azienda nei controlli degli ultimi anni e quindi è già in possesso di tutti i dati». Miteni spiega di aver presentato alla Provincia i documenti relativi ad un'ulteriore implementazione nel sistema di gestione degli scarichi. L'intenzione della ditta trissinese è quella di realizzare «un sistema di abbattimento dei Pfas che circolano nell'aria all'interno dello stabilimento, un impianto che permetterebbe di intercettare le molecole per poi distruggerle trattandole con temperature elevate. Il progetto non renderebbe necessario lo smaltimento di questa frazione attraverso l'acqua».

da Il Giornale di Vicenza di martedì 11 luglio; pagina 19

venerdì 7 luglio 2017

Il rave amaro di Luna Rosso: denunciata la figlia di Mr Diesel

«Sarà un caso, più probabile una soffiata. Al posto di guida e in quello del passeggero due veneziani... un 44enne pregiudicato e un 56enne..., sul sedile posteriore due ragazzine vicentine, una 17enne con l’amica del cuore, 19 anni appena e un cognome importante. È lei, Luna Rosso... figlia del re del casual, mister Diesel Renzo Rosso, originario di Brugine e bassanese d’adozione... ad attirare l’attenzione degli agenti». È questo uno dei passaggi salienti dello scoop pubblicato stamani da La Nuova Venezia in pagina 10 e ripreso subito dopo sul portale della testata. Il titolo è eloquente: «Il rave amaro di Luna Rosso: denunciata la figlia di Mr Diesel». Nel servizio firmato da Cristina Genesin si legge che il 28 maggio scorso alle 22.30 una pattuglia della Polstrada segnala l’alt a una Fiat Multipla «che viaggia lungo la A57 nel territorio di Quarto d’Altino».

Della giovane nel servizio si legge ancora: «È in uno stato psicofisico alterato, la bocca impastata, le pupille dilatate e un atteggiamento “sopra le righe”. Invitata ad aprire la borsetta, consegna subito la pochette di pelle nera: al suo interno una mini-farmacia-portatile-pronta all’uso con 7 confezioni contenenti una polvere di sospetta ketamina (un peso singolo dai 0.434 ai 0.870 grammi lordi); 4 pasticche di sospetta ecstasy e ancora un involucro in cellophane con presunti cristalli di Mdma, una droga sintetica (metanfetamine) con spiccati effetti eccitanti, la più usata in discoteca tra i ragazzini per dimenticare fatica e pensieri; un involucro con sospetta Lsd (0.222 grammi lordi) oltre a 3 cannule per inalazione di polveri e 465 euro in contanti».

E così Luna Rosso «rampolla di una delle famiglie più blasonate del fashion italiano conosciuto e amato in tutto il mondo... dalle piazze alle star... finisce indagata per l’articolo 73 del Testo unico 309 del 1990, la normativa che disciplina la materia relativa alle sostanze stupefacenti. La droga viene messa sotto sequestro». Il servizio poi ricostruisce altre circostanze del controllo effettuato dalla polizia: «Quei due? Non li conosciamo» si sono difese le ragazzine, spiegando di aver trascorso il pomeriggio in un rave-party nel noto locale “Maison Musique” ad Annone Veneto pubblicizzato anche sul profilo Facebook di Luna. «Tenetevi la roba ma datemi i soldi che non sono tutti miei... Devo darne una parte a un amico» si sarebbe giustificata con i poliziotti la 19enne, trasferita nel comando della Polstrada e sottoposta a una perquisizione da parte di un’agente. Poi, riferisce ancora la Genesin sono stati informati il pm Carlotta Franceschetti della procura ordinaria di Venezia e il pm Giulia Dal Pos della procura dei Minori.

mercoledì 5 luglio 2017

Parla il sindacato aziendale: «Miteni? Situazione grave. Al via l'agitazione»

In data odierna riceviamo e pubblichiamo per intero

Rendiamo noto che la scrivente Rappresentanza Sindacale Unitaria dei Lavoratori Miteni ha dichiarato Io stato di agitazione sindacale in tutto lo stabilimento di Trissino. 

Questa decisione si è resa necessaria quale prima concreta risposta alla disdetta, da parte aziendale, di tutti gli accordi aziendali in essere. Accordi aziendali assunti negli anni attraverso condivise relazioni industriali, che riguardano importanti ed evolute predisposizioni in tema di salvaguardia della salute, sicurezza e ambiente di lavoro, oltre che altre puntuali previdenze di carattere sociale, sindacale e salariale. Respingiamo fermamente questo modus operandi dell'attuale direzione su questioni così complesse e delicate, del tutto in contraddizione con gli indirizzi di condivisione, collaborazione, coesione dalla stessa più volte enunciati. 

Nel momento in cui l'azienda sta vivendo il periodo sicuramente più difficile della sua storia, risulta francamente incomprensibile una tale decisione, con tutte le implicazioni che essa determina anche in relazione al quadro di queste difficoltà. In passato, con le precedenti gestioni, si erano registrate altre tensioni riguardanti questo tipo di relazioni, ma mai si era giunti da parte aziendale ad azioni di questo tipo. 

Anzi, in occasione di altre gravi situazioni aziendali, ci riferiamo ad esempio alla cessione di Miteni da Mitsubishi ad Icig nell'anno 2009, sempre si è perseguita la via del dialogo e le soluzioni si sono trovate, preservando innanzitutto questi accordi aziendali ritendendoli, per la loro articolazione e regolazione di importantissimi temi quali le condizioni di lavoro intercalate alle peculiarità delle nostre attività (a rischio di incidente rilevante, legge Seveso ter e affini), un valore aggiunto e un patrimonio aziendale. Per noi tutto questo è e rimane di essenziale importanza, un bene dell'azienda assolutamente da difendere. 

Con l'occasione ricordiamo poi, in riferimento a questa nostra difficile situazione aziendale, che siamo fiduciosi e che confidiamo negli impegni assunti dalla Regione Veneto durante gli incontri a Venezia del 28 marzo e 26 aprile 2017 avvenuti con gli assessori Gianpaolo Bottacin, Luca Coletto, Elena Donazzan ed il presidente Roberto Ciambetti. Ambito dal quale è scaturita l'istituzione del "Tavolo di Crisi Miteni" (vedasi al riguardo i relativi comunicati stampa che alleghiamo per conoscenza). Registriamo favorevolmente che la Regione abbia riconosciuto le nostre istanze rappresentate in quella sede in tema di monitoraggio sanitario dei dipendenti ex dipendenti Miteni e terzi, proprio in ragione delle altissime concentrazioni di PFAS presenti nel siero di questi lavoratori. Ancor più, in tema di chiarimenti applicativi dei provvedimenti in materia ambientale riguardanti l'azienda, con particolar riferimento alle DGR n.160 del 14.02.2017 e n. 360 del 22.03.2017. Infine riconosciamo l'impegno assunto nella ricognizione in tema di investimenti relativi ad un piano industriale della Miteni. Investimenti rispetto ai quali la Regione si proponeva di richiedere un coinvolgimento diretto alla casa madre Icig che controlla Miteni al fine di avere un suo concreto intervento per fronteggiare l'emergenza PFAS determinatasi nella popolazione e nei territori coinvolti. Oltre che un impegno di responsabilità verso i 130 dipendenti del sito di Trissino, quindi delle attività di innovazione, riqualificazione e risanamento ambientale. 

Visti i tempi trascorsi, la citata situazione in essere e la mancanza di riscontri a riguardo, informiamo che abbiamo già richiesto alle nostre rispettive Organizzazioni Sindacali di appartenenza di sollecitare un urgente e prioritario incontro con la Regione Veneto al fine di riconvocare il citato "Tavolo di Crisi Miteni" e verificare insieme lo stato ed il seguito concreto delle riferite azioni che dovevano essere intraprese. 

Rsu - Rappresentanza sindacale aziendale unitaria Miteni - Trissino
Trissino, addì 5 luglio 2017

Caso Zonin, Ceschi chiede lumi alla fondazione Roi

Come si può leggere la situazione delle due ex popolari venete alla luce del recente decreto ribattezzato salva banche che secondo il governo dovrebbe mettere al sicuro gli istituti di Montebelluna e Vicenza? Queste ultime saranno inglomerate da gruppi più grandi come Intesa? Barbara Ceschi a Santa Croce, imprenditrice agricola e socia di BpVi, é la nipote di Giuseppe Roi, il marchese vicentino benefattore che ideò la fondazione che porta il suo nome per contribuire alla causa della cultura berica e che ha visto il suo destino collassare insieme a quello della BpVi alla quale era legata anche dallo statuto. Ceschi, che in passato ha duramente criticato l’ex presidente di BpVi Gianni Zonin e che da quest’ultimo nella veste di ex presidente proprio della Roi ha rimediato una causa civile per danno d’immagine con annesso ingentissima richiesta di risarcimento danni, misura le parole. Parla di una situazione che vede «con immensa tristezza ed empatia verso coloro che hanno perso tutto, anche la dignità». Sempre l’imprenditrice dice di pensare ai  ai 200mila soci e alle loro famiglie, «un milione di persone macinate da persone senza scrupoli» e si dice preoccupata per «un territorio che ogni giorno si percepisce in ginocchio e cerca con immensa fatica di rimettersi in piedi». E ancora: «Io non ho le competenze per elaborare delle previsioni dettagliate - spiega la donna che per molti anni è vissuta all’estero - ma se queste banche verranno inglomerate, speriamo che sia per noi il male minore». In questo contesto la socia spiega che se acquisizione sarà ci vorrà comunque molto tempo e «un coraggio da leoni, nonché molti miliardi» per far ripartire l’istituto.

Senta Ceschi ormai sono diversi mesi che Gianni Zonin ha lasciato il consiglio di amministrazione di BpVi ma anche quello della fondazione Roi, specie in quest'ultima che cosa è cambiato con l'arrivo del presidente Ilvo Diamanti?
«Per quanto ne so io non è cambiato sostanzialmente nulla. Tant'è vero che alle parole di comprensione nei miei confronti, in classico stile vicentino, non è seguito alcunché. So che il cda è ancora quello di una volta ma mi è stato spiegato che, a meno che non si dimettano i vecchi membri, deve rimanere fino al naturale scadere dell'esercizio, che sarà mi pare in aprile del prossimo anno. Anzi, a confermare che non è avvenuto nulla di fatto, la fondazione ha pensato bene di tenersi anche Enrico Ambrosetti quale legale di fiducia dell'ex presidente oggi inquisito per l’affaire Popolare Vicenza. Non so che dire».

Ma è vero che dopo le iniziali rassicurazioni di chiudere il contenzioso civile avviato contro di lei dall'allora presidente Zonin, il nuovo presidente il professore Ilvo Diamanti, ha deciso di tenere in piedi la causa? Come mai?
«Me lo chiedo anch'io. In una riunione informale ed amichevole con il neo presidente cui hanno partecipato anche il mio consulente Gianni Giglioli e il mio legale l’avvocato Lino Roetta, i quali potranno confermare quanto mi è stato detto, Diamanti ha esordito dicendo che ha accettato l'incarico per amicizia nei confronti del Sindaco di Vicenza e che per quanto riguardava la azione legale nei miei confronti ma anche quella nei confronti di alcuni giornalisti si rendeva conto della sua sostanziale infondatezza assicurandomi che avrebbe provveduto a rinunciare alla stessa. Detto questo, ne io ne gli altri partecipanti alla riunione capiamo perché a queste parole non solo non siano seguiti i fatti. Di più siamo venuti a sapere che l'ineffabile avvocato Ambrosetti, per conto della fondazione, ha fatto richiesta al giudice affinché siano escusse altre testimonianze. Ergo, che cosa abbia in mente Diamanti al riguardo lo chieda al diretto interessato»

Da settimane, anzi da mesi, si parla sui media locali di una fondazione Roi che non rende pubblici i suoi bilanci. Lei che idea si è fatta in questo senso giacché sulle prime il neopresidente Diamanti parlò di discontinuità nel segno della trasparenza rispetto all’era Zonin?
«Se la causa civile va avanti è chiaro che otterremo quelle carte dal giudice. Sulla condotta di Diamanti comincio a pormi alcuni seri interrogativi».

Marco Milioni

sabato 1 luglio 2017

Decreto salva-venete, l'ex presidente di Benebanca attacca via Nazionale

(m.m.) Pochi minuti fa ho ricevuto una lunga lettera aperta da parte dell'ex presidente di Bene Banca, il piccolo istituto di credito piemontese interessato da una querelle di ampie proporzioni che coinvolse alcune anni fa proprio BpVi. Il testo ricevuto, una lettera aperta inviata agli organi di informazione e ai siti specializzati, che contiene un duro j'accuse a Bankitalia, viene qui di seguito pubblicato integralmente. Altre informazioni sulla vicenda di Bene Banca sono contenute nel portale realizzato da un comitato di utenti della stessa banca.

Lunedi 26 giugno 2017, prima dell'alba e precisamente alle ore 04.49, Bankitalia dirama un comunicato in ordine alla avvenuta cessione da parte dei neonominati commissari liquidatori di un ramo di azienda delle fallite popolari venete (Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca) a Intesa San Paolo, ai sensi del Decreto Legge n. 99 del 25.06.2017, approvato dal Consiglio dei Ministri il pomeriggio precedente nel corso di una riunione durata appena 20 minuti.

Già le due popolari venete, da anni in evidente difficoltà e con i conti pesantemente in rosso, sono state poste in «liquidazione coatta amministrativa dal Ministero dell'economia e dopo che la Bce aveva dichiarato pochi giorni prima come le stesse fossero in condizione di “failing or likely to fail” (ossia in fallimento o in probabile fallimento). Dalla lettura dei quotidiani finanziari di questi ultimi giorni chi scrive ha appreso poi come in piena notte e nel volgere di soli 5 minuti, i commissari sono stati nominati ed hanno prontamente sottoscritto un contratto che sancisce il passaggio della parte buona delle 2 banche ad Intesa San Paolo al prezzo simbolico di 50 centesimi ciascuna e prevede impegni a carico della collettività per circa 17 miliardi.

Che bravi questi commissari: nell'arco di pochi minuti hanno studiato, analizzato e sottoscritto il contratto di cessione di ramo d'azienda contemplanti attività sottostanti per svariate decine di miliardi...

Oggi quindi, a distanza di più di 2 anni dalla denuncia del sottoscritto alla magistratura per il deposito milionario effettuato dalla Bene Banca alla BPVicenza a tassi irrisori, dopo circa venti mesi dalle perquisizioni della GdF nella sede della popolare berica, eventi che in sostanza hanno dato il via al clamore mediatico sulla vicenda delle popolari venete che ha riempito pagine e pagine dei giornali nazionali nei mesi successivi, nel volgere di poche ore, d'intesa con il Ministero dell'Economia ed il Governo, viene posto termine a questa via crucis con la declaratoria di insolvenza e l'apertura della procedura concorsuale della liquidazione coatta amministrativa, con un costo a carico dello Stato di circa 17 miliardi, pari a 250 euro per ogni contribuente italiano.

Come sempre un grande plauso agli uomini di Ignazio Visco governatore di Bankitalia per avere gestito «al meglio» la situazione, dapprima tappandosi naso e orecchie sulla gestione criminale di Zonin e soci nonostante reiterate denunce di Adusbef a partire sin dal 2008, poi favorendo un salvataggio disperato con la nascita di Atlante che ha immolato ben 3,5 mld sull'altare veneto della «stabilità di sistema» per arrivare adesso al conto finale salatissimo a carico dello Stato (e quindi di tutti noi). Veramente i migliori complimenti. Ma cosa ha fatto Bankitalia in tutto questo tempo? Nel 2013 era impegnata quanto meno a commissariare una banca del Cuneese con i conti in ordine, la Bene Banca di Bene Vagienna, una banca di credito cooperativo del tutto insignificante a livello nazionale ma molto attiva sul territorio locale, con 150 dipendenti e 1,5 miliardi di masse amministrate, 70.000 clienti e 7.070 soci. Il commissariamento più veloce della storia italiana, un record assoluto stante i soli dodici mesi e mezzo mesi di amministrazione straordinaria, culminato con la restituzione in bonis ai soci senza truma alcuno, senza cessione di rami d'azienda o sportelli, bensì con la assunzione di 4 nuovi dipendenti.

Oggi, alla luce di quanto successo, a chi scrive viene da commentare come Bankitalia avrebbe avuto di molto meglio da fare, soprattutto in Veneto. Magari ne avrebbe beneficiato la collettività intera.

Ma il commissariamento di Bene Banca è stato poi catalogato dalla Giustizia Amministrativa come «preventivo», ossia valutato e deliberato prima che i problemi sorgessero e potessero intaccare una realtà bancaria ancora sana... Così si espressero dapprima gli organi della procedura, e poi Tar del Lazio nonché il Consiglio di Stato. Peccato che questo metodo sia stato adottato solo a Bene Vagienna e non a Siena od in Veneto per esempio, ove i problemi li sono sorti eccome...

Ma il Veneto comunque indirettamente è stato beneficiato dall'intervento della vigilanza a Cuneo, visti i 38 milioni di liquidità dirottati dal commissario alla banca di Zonin, oltre a sette milioni di obbligazioni sempre della banca vicentina acquistate post commissariamento.

Per «fugare ogni imbarazzo» (così scriveva il vice direttore generale oggi dg Simone Barra ai dipendenti) veniva motivato l'azzeramento della posizione di liquidità nel 2015, post esplosione del caso mediatico sui 38 mln di liquidità depositata a tassi irrisori a Vicenza da un 'particolare' Commissario (che al contempo era anche AD di una collegata della BPVi, la Marzotto Sim) in seguito alla citata denuncia alla Magistratura del sottoscritto.

Solo oggi, post intervento governativo, Bene Banca potrà tirare un sospiro di sollievo ed esultare per non avere sacrificato alcun euro nella «campagna di Vicenza» visto che le obbligazioni (non vendute ma portate obtorto collo a scadenza nel 2018 «per evitare minusvalenze», così scriveva il dg Massaro ad ottobre 2015 ad un preoccupato e curioso sindaco di Bene Vagienna, dato il prezzo registrato sui mercati di molto sotto la pari, saranno onorate da Banca Intesa, all'uopo beneficiata da fondi statali per 4,785 miliardi al fine di non intaccare gli indicatori patrimoniali ovvero «i ratios» della forse migliore banca italiana.

Ecco dimostrato dai fatti come la denuncia a suo tempo sporta dal sottoscritto fosse oltremodo pertinente e puntuale e non un atto di reazione alla pesantissima iniziativa di Bankitalia come sbrigativamente catalogata dagli inquirenti; l'esposto di certo non era mosso da acredine personale, ma era piuttosto orientato a segnalare alla Magistratura fatti incresciosi di cui il denunciante era venuto a conoscenza, fatti che oggi sono venuti compiutamente a galla e sono sotto gli occhi di tutti. Ma per salvare la Banca Popolare di Vicenza lo Stato deve adesso impegnare 17 mld, un conto salatissimo a carico della collettività.

Altro che investimento privo di rischi come è stato catalogato dai vertici della Bene Banca per difendere l'operato del Commissario che ha permesso il loro insediamento. Ai poveri soci della Bene Banca oltre al danno si è aggiunta così la beffa.

Dopo aver già pagato in termini di mancata assistenza finanziaria ed assenza di dividendi, complice l'investimento milionario particolare e poco remunerativo a Vicenza, oggi ogni socio della bcc benese, per il salvataggio della popolare vicentina, si vede suo malgrado aumentare la propria quota di debito pubblico di circa 250 euro. Indubbiamente un bel trattamento.

Francesco Bedino
Ex Presidente di Bene Banca
sabato 1 luglio 2017

giovedì 15 giugno 2017

Spv, la denuncia del Covepa: lo spettro del conflitto di interesse su un dirigente regionale

Speranze sulla trasparenza degli atti e dubbi su possibili conflitti di interesse sulla macchina che a palazzo Balbi si occupa della Pedemontana Veneta sono lo strascico dell’ultima trasferta che proprio ieri a Venezia presso gli uffici della Regione Veneto ha visto protagonista una pattuglia che schierava esponenti di alcune associazioni ecologiste e di alcuni gruppi di espropriati: tutti quanti nell’occasione sono stati ricevuti da un pool di dirigenti regionali i quali hanno preso nota delle richieste di accesso agli atti formalizzate dai comitati.

Massimo Follesa, portavoce del Covepa, il coordinamento che si batte da anni contro la Spv e in particolar modo contro questo tracciato si dice «abbastanza fiducioso per quanto concerne la possibilità di visionare in tempi brevi le carte, a partire dal testo firmato davanti al notaio relativamente all’ultimo accordo tra il Concessionario Sis e la Regione». Tuttavia lo stesso Follesa, come riferito in una videointervista raccolta da Taepile.net, pone alcuni seri dubbi. «Andando a guardare da vicino il file impiegato per la presentazione della nuova operazione sulla Pedemontana, quella in cui il governatore leghista Luca Zaia il 7 marzo in cosniglio Regionale spiegava che l’opera sarebbe stata salvata da una addizionale irpef, siamo rimasti sconcertati». Il motivo? «Il motivo - spiega ancora l’attivista - è che quel file in cui sono schematizzate tutte le ragioni per cui Zaia decide di rimodulare l’accordo coi privati sembrerebbe essere di proprietà di Area enginering, ovvero la società che per conto della Regione ha redatto gli studi sui flussi del traffico adducendo che le nuove stime sul gettito da pedaggio sono tali da garantire la fattibilità dell’opera. Ferme restando le durissime critiche a queste previsioni e all’intero progetto - attacca ancora il portavoce - non si capisce che cosa c’entri Area engineering con il resto delle motivazioni politiche, sociali, economiche, giuridiche e amministrative illustrate da Zaia grazie a quel file che abbiamo scaricato dalla pagina pubblica del condirettore della Nuova Venezia Paolo Cagnan. Il quale peraltro conferma che quella presentazione elettronica gli è stata fornita proprio dalla Regione».

Poi c’è un’altra bordata: «Sempre spulciando tra le proprietà elettroniche di quel file abbiamo notato che il suo autore è tale ingegnere Anna Fasiol. Ora dal momento che l’ingegner Giuseppe Fasiol è uno dei massimi dirigenti della Regione con funzioni di controllo e coordinamento sul progetto Spv, ovvero è il responsabile unico del procedimento, vorremmo capire se tale Anna Fasiol abbia con lui affinità o parentele di qualche tipo e quali relazioni vi siano eventualmente tra Anna Fasiol e Area engineering. Se dovessero emergere connessioni di rilievo sarebbe una cosa gravissima: un conflitto di interessi che potrebbe inficiare addirittura la validità degli ultimi atti regionali sulla stessa Pedemontana. Per questo motivo - conclude l’architetto Follesa - alcuni giorni fa abbiamo segnalato formalmente la cosa alla autorità giudiziaria per i chiarimenti del caso. Il cielo non voglia che ci sia in conflitto di interesse privato sulla dirigenza regionale».

martedì 30 maggio 2017

Il Corsera e Colomban

Ieri il Corsera di Roma ha parlato diffusamente degli escamotage utilizzati da Massimo Colomban, assessore alle partecipate nella giunta del M5S, per garantire il dovuto stipendio al suo braccio destro Paolo Simioni. Ora al di là della stranezza, chiamiamola così, di tale condotta, ma perché nessuno fa rilevare che Simioni è o è stato parte di quella nebulosa finanziaria che nel Veneto tramite Maltauro e Save strizzava politicamente l'occhio al mondo di Giancarlo Galan e Lia Sartori? E che dire delle connessioni di Simioni con la galassia Gavio? Si tratta di universi spesso in passato criticati alla morte dalla base del M5S. Che cosa dirà o farà quella base rispetto alla scelta di un Colomban già di suo legato un tempo (solo un tempo?) al centrodestra veneto? Come mai i quotidiani nazionali, che tanto battono, doverosamente su altre contraddizioni interne alla giunta capitolina, su questo versante invece lasciano tutto sommato in pace Colomban? E soprattutto, visto che Colomban ha una ascendenza precisa nei Cinque Stelle (si pensi al duo Casaleggio Borrelli) è in qualche modo legittimo pensare che alle origini del M5S, magari con la benedizione di qualche lobby o di qualche potere, qualcuno abbia inoculato volontariamente una sorta di backdoor attraverso la quale far confluire non troppo visibilmente persone, programmi e mire, che contraddicono in toto o in parte, i princìpi del movimento nonché il sentiment della sua base? Ed è legittimo domandarsi se questi filone carsico abbia origine proprio nella finanza veneta e patavina in primis?

giovedì 25 maggio 2017

Pfas e schiume antincendio nei pozzi: i militari Usa risarciscono i residenti


(m.m.) La marina degli Stati uniti ha dovuto sborsare quasi 10 milioni di dollari per connettere numerose utenze domestiche non più servibili da pozzi privati, nel circondario della gigantesca base interforze di McGuire/Dix/Lakehurst localizzata a una trentina di kilometri dalla città di Trenton nel New Jersey. La somma è il risultato di un accordo con le vicine municipalità in ragione dell'inquinamento da derivati del fluoro (Pfos e Pfoa, noti anche come Pfas) cagionato, in particolar modo dalla parte navale della base, alle acque dei pozzi ad uso potabile adoperati dai residenti attorno al complesso militare. Questo è quanto riferisce il portale americano «Water online» che a sua volta cita altre testate d'Oltreoceano.

A finire nel mirino dei media americani ci sono, tra le altre, le schiume contenenti Pfas utilizzate in funzione antincendio e ben presenti sia negli aeroporti civili che militari, nonché nelle strutture civili e militari di addestramento: il quotidiano "Burlington county times" al riguardo dà conto proprio di una esercitazione antincendio nella «training facility» della marina a Lakehurst: uno dei settori che compongono la base del New Jersey. Il medesimo quotidiano peraltro mostra una serie di foto fornite dall'Us Air force nelle quali viene descritto l'ampio uso di Pfas nelle schiume antincendio (nel riquadro una immagine di Robert Williard). Di una vicenda simile che coinvolge sempre i militari, in questo caso l'aviazione della Guardia nazionale, ha dato notizia il noto magazine di approfondimento Vice News. Il quale a gennaio è uscito con un lungo reportage sulla base di Stewart distante 60 kilometri da New York.

In realtà l'utilizzo dei Pfas in ambito militare è noto da tempo. Questi derivati del fluoro infatti finiscono anche nei solventi destinati all'aeronautica, nei circuiti elettronici, di uso civile tanto quanto militare. Della loro pericolosità ne parla diffusamente anche un rapporto della Astswmo, l'associazone americana che raccoglie i funzionari dei singoli stati che si occupano del controllo e della gestione dei rifiuti. Nella relazione peraltro sono indicate le industrie chimiche, a partire dalla 3M, i cui prodotti commerciali soddisfano i requisiti militari.

La querelle attorno ai Pfas ha fatto scalpore anche in Italia, dove si è verificato un caso in cui la contaminazione interessa un bacino di almeno 350mila persone localizzato nel Veneto centrale. La vicenda, nota dal 2013, tra proteste e polemiche anche politiche, continua a far discutere, pure a livello locale.

sabato 20 maggio 2017

Ieri a Venezia la Regione Veneto ha firmato con Cassa depositi e prestiti il mutuo di 300 milioni

Ieri a Venezia la Regione Veneto ha firmato con Cassa depositi e prestiti il mutuo di 300 milioni per il «contributo in conto costruzione per il completamento della su- perstrada Pedemontana veneta, in attuazione della delibera del 16 maggio "Procedura aperta per l'assunzione di un mutuo, con oneri a carico della Regione, per l'attuazione dell'opera". Come noto era stata indetta una gara ma è andata deserta, quindi è scattata l'autorizzazione alla stipula del mutuo con Cdp già prevista dalle delibere stesse. «L'impianto del contratto - sottoline ala nota - è coerente con lo schema di Terzo Atto Convenzionale approvato dalla Giunta regionale» martedì scorso. Il mutuo, «la cui efficacia -- mette avanti le mani Venezia - è subordinata alla sottoscrizione del Terzo Atto Convenzionale da parte del concessio- nario, è già strutturato per le due erogazioni previste nello stesso Terzo Atto: 140 milioni nel 2018 e 160 milioni nel 2019».

da Il Giornale di Vicenza del 20 maggio 2017; pagina 9

La Superstrada Pedemontana veneta è solo al 27%: servono lavori per 500 milioni l'anno

Il parere è favorevole perché questo patto «è la miglior soluzione tecnica, economica, e finanziaria che sia praticabile e possibile e che supera le criticità del precedente atto sottoscritto nel 2013 tra il Commissario e Sis, criticità evidenziate sia dalla Corte dei conti che dall'Anac». Così hanno scritto lunedì, poche ore prima che la Giunta desse il via libera definitivo, i tecnici del nucleo Nuvv (verifica investimenti) della Regione, guidati dal segretario generale della Regione, Ilaria Bramezza, e dal dirigente Gianluigi Masullo.

Insomma, per i tecnici è l'unico modo per evitare guai peggiori. Con l'obiettivo tra l'altro, lo scrivono chiaro, di rimanere «nell'alveo della convenzione originaria». È una condizione essenziale, perché martedì tra le righe il commissario di vigilanza Marco Corsini faceva capire che la Regione e il "team tecnico Pedemontana" hanno ben presente che il colosso Salini Impregilo, sconfitto da Sis nel 2009 per un cavillo legale decisivo nello scontro al Consiglio di Stato, potrà rivolgersi a Tar e Consiglio di Stato stesso per valutare se il nuovo accordo stravolge i termini della gara originaria.

Intanto dalle carte della Regione emergono altri particolari che sono anche la base di risposte a quesiti della Corte dei conti. Ad esempio che la garanzia fidejussoria versata da Sis è di 81 milioni (il 5% dei lavori), e che l'ipotesi di procedere alla risoluzione del contratto aprirebbe a un contenzioso con danni per tutti, compreso quello dei cantieri fermi. Inoltre gli esperti di Area Engineering incaricati della Regione, con studio certificato dal professor Marco Pasetto dell'Università di Padova, confermano che nel 2021 saranno circa 27mila (di cui oltre 5 mila camion) i veicoli al giorno, con un pedaggio di 1,68 euro per dieci chilometri per le auto (e 3 euro per i mezzi pesanti).

Invece nel 2059 i veicoli saranno saliti fino a 65 mila. E se il traffico sarà di più? La Regione potrà dare più soldi a Sis. Ma Venezia sa già che per i primi 9 anni in realtà andrà sotto (incassi meno alti del canone da dare a Sis) e potrà rifarsi solo dopo. Però la Regione sottolinea che Sis ora avrà otto mesi di tempo per chiudere l'accordo con banca JpMorgan per l'emissione di bond per 1,15 miliardi (e già subito però dovrà trovare finanziamenti per 250 milioni), se no salta tutto senza che la Regione abbia dato altri soldi.

I 914 milioni di aiuti pubblici su 2,25 miliardi, poi, rispettano il principio che nei project le casse pubbliche devono dare meno del 50% del totale. Sis poi potrà anche gestirsi gli incassi di pubblicità lungo la superstrada, i trasporti eccezionali e la ghiaia scavata (vale 74,5 milioni). Le spese generali per Sis sono fissate al 9% del totale investimenti. Infine è possibile aprire l'opera per parti, e i vicentini ci sperano. Ma a che punto è la Pedemontana dopo oltre 5 anni di cantiere? La delibera lo dice chiaro: solo al 27%. Per averla pronta a giugno 2020, come indica il cronoprogramma (e saremo sotto elezioni regionali), ora c'è da correre: al ritmo di 500 milioni di lavori entro ogni anno.

da Il Giornale di Vicenza del 20 maggio 2017; pagina 9

«Pedemontana, espropri da pagare entro dicembre»

I costruttori privati di Sis dovranno presentare entro un mese per la Pedemontana veneta un «piano di pagamenti delle somme dovute agli espropriati a titolo di indennità ed indennizzi in relazione agli accordi bonari sottoscritti fino al momento della firma di questo accordo». E quei pagamenti dovranno essere tutti onorati al massimo entro dicembre. Tenendo conto che comunque, dopo cinque mesi dalla firma dell'accordo, i ritardi nel pagare gli espropriati potranno essere sanzionati con una multa dalla Regione: per ogni giorno di ritardo, lo 0,5 per mille della somma dovuta all'espropriato. È una delle nuove clausole che la Regione ha inserito nel nuovo testo di "Terzo atto convenzionale" che la Giunta Zaia ha approvato martedì, su proposta dell'assessore Elisa De Berti, e che adesso chiederà a Sis di firmare come una sorta di "atto unilaterale", come l'ha definito il governatore Luca Zaia dopo il varo della delibera.

Il tutto però, come noto, non accadrà subito». Zaia infatti ha voluto che fosse inserito in delibera un "congruo termine" di tempo - non meglio definito - per presentare tutte le carte all'Anac di Raffaele Cantone e alla Corte dei conti. E aspettare a vedere se intendono dare indicazioni alla Regione prima che, con la firma del patto, il dado sia tratto.

L'AUMENTO IRPEF CANCELLATO E LA DIVISIONE DEL CONRTIBUTO REGIONALE. Come noto, la Regione è riuscita a eliminare l'addizionale Irpef che aveva "in via precauzionale" fatto votare al Consiglio regionale. C'è riuscita imponendo a Sis un cambio nei programmi: invece di un contributo da 300 milioni tutto in una volta, coperto con mutuo che la Regione ha firmato ieri, la cifra sarà divisa in due. Il testo del patto da far firmare a Sis (l'accordo c'è) prevede che il privato riceverà 140 milioni «a dieci mesi dalla sottoscrizione del presente atto» (quindi non più a gennaio 2018) per la quota certificata in quella data, «e la somma rimanente pari a 160 milioni il 31 gennaio 2019» sempre per la somma che sia stata certificata. Tutto questo costa circa 15 milioni di oneri finanziari in più a Sis. E tra le novità imposte dalla Regione nel nuovo testo c'è infatti anche l'uso dei 300 milioni di euro: sono «destinati prioritariamente al pagamento delle ditte espropriate secondo il piano dei pagamenti» appena introdotto. Ma sono destinati anche al «pagamento dei corrispettivi dovuti ai sub-appaltatori secondo le tempistiche concordate con il piano di pagamento con gli stessi convenuto». E sarà la Regione a controllare che siano state pagate agli uni e agli altri le somme fino a quel momento maturate.

IL CANONE DI DISPONIBILITÀ. Confermata la grande novità del nuovo accordo. Da una parte sarà la Regione a incassare i pedaggi della Pedemontana - il concessionario Sis glieli terrà in un apposito conto - e dall'altra al concessionario-gestore sarà dato ogni anno un canone di disponibilità che è fissato in 153 milioni più Iva (come noto sarà al 22%) per il 2020, ma sarà via via aggiornato e salirà fino a 435 milioni nel penultimo anno della gestione da parte di Sis, che è fissata in 39 anni di durata. Come noto, la Regione continua a segnalare a Corte dei conti e Anac due concetti base. Il primo è che purtroppo già nei patti precedenti con Sis (2009 e 2013), che ora vengono cancellati senza aprire contenziosi, al privato era riconosciuto un canone annuo di 432 milioni più Iva, per cui nei fatti Sis «rinuncia a circa 12,2 miliardi di introiti garantiti», riporta sempre la delibera. Il secondo è che comunque un rischio a carico di Sis c'è ed è legato all'impegno che ha di mantenere sempre attiva ed efficiente la superstrada: in ballo ci sono sanzioni che possono arrivare fino al 15% del canone annuo che la Regione gli deve versare.

LE MULTE. A carico di Sis, l'accordo prevede anche possibilità di multe: 25mila euro al mese per eventuali ritardi non giustificati nei lavori rispetto al cronoprogramma; 20mila euro di multa se non venisse rispettato il protocollo di legalità anti-mafia siglato con le prefetture di Treviso e Vicenza; e infine anche 10mila euro al giorno per eventuali ritardi nel presentare il piano di pagamento per gli espropriati con cui si è giunti a un accordo.

da Il Giornale di Vicenza del 20 maggio 2017; pagina 9

giovedì 18 maggio 2017

Sannino intervistato da Radio Vicenza

(m.m.) Ieri su Radio Vicenza è andata in onda una mia breve intervista a Gabriele Sannino, autore del libro «Politica italiana e nuovo ordine mondiale» recentemente presentato a Vicenza durante un breve aperitivo letterario al bar L'asterisco nel quartiere San Pio X. Per chi non è riuscito a seguire l'intervista in diretta è possibile comunque scaricarne qui il podcast.

mercoledì 17 maggio 2017

Dal «diètro frónt» alla ritirata il passo è breve: sulla Spv Zaia ha paura

Fermo restando che il diètro frónt della giunta regionale veneta sull’addizionale Irpef da riscuotere per la Pedemontana pone una serie di problemi politici non più differibili per il governatore leghista Luca Zaia, c’è un’altra partita ancor più delicata in corso. È quella delle premesse e delle conseguenze del suo annuncio: soprattutto sul piano amministrativo. Zaia, stando a quanto riportato ieri dai media, si guarda bene dal dire che il ricorso all’addizionale Irpef come può essere blandito e poi abbandonato, può essere tranquillamente «ri-abbracciato»: con una semplice decisione di giunta o con un passaggio ulteriore in consiglio regionale poco importa. Magari dopo la tornata amministrativa di questo giugno. Il che fa supporre che dietro questa boutade ci siano un po’ di calcoli elettorali, fatti in ritardo peraltro.

UN PRESIDENTE ONDIVAGO. Zaia fa un riferimento preciso ad una serie di constatazioni formali che la sua amministrazione avrebbe indirizzato alla Corte dei Conti e all’Anac. Però non dice quali e soprattutto non produce il testo originale nonché l’intero elenco dei destinatari della nuova rendicontazione che a suo parere renderebbe superfluo il ricorso all’addizionale. Un atteggiamento così ondivago ed ambiguo però però presta il fianco ad un filotto infinito di sospetti. Il primo riguarda la tempistica. Stranamente la retromarcia del governatore, della quale nemmeno aveva informato la sua maggioranza, che per questo rischia di diventare sempre più insofferente, arriva dopo la ultima clamorosa bocciatura dell’intero pacchetto Spv giunta dalla sezione centrale della Corte dei conti. Al di là delle ovvie critiche sollevatesi dal variegato fronte del no (che sbarcano anche su YouTube), a preoccupare il governatore evidentemente è l’ampia eco data alla bacchettata dei magistrati contabili da parte di quei quotidiani solitamente molto prudenti nel riferire tutte le critiche al progetto della Montecchio Maggiore Spresiano e di converso molto attenti alle opinioni del fronte del sì. Per di più la recente bocciatura da parte della Corte dei conti è uno smacco anche per la cabina di regia di super-esperti in questioni tecnico-amministrative della quale il presidente della giunta si è dotato in fretta e furia dopo che il commissario governativo alla Spv era stato abolito a fine anno proprio da palazzo Chigi

GRANDE IMBARAZZO. Peraltro poche ore dopo la notizia della sciabolata della magistratura contabile Zaia, in evidente imbarazzo, aveva parlato di controdeduzioni pronte per essere inviate e di «chiarimenti... precisi e puntuali per ciascuno degli argomenti trattati». Ovviamente nessuno pretende di conoscere l’anteprima di tali controdeduzioni. La questione di fondo però è che né Zaia né la struttura di progetto, pomposamente ribattezzata task force, sono fino ad oggi riusciti a spiccicare la benché minima replica ai micidiali rilievi della Corte dei conti vergati dal magistrato Antonio Mezzera: la toga che delineò con molti anni di anticipo gli oscuri mali del sistema Mose. Sullo sfondo frattanto rimangono alcuni nodi irrisolti che potrebbero, politicamente parlando, addirittura tramutarsi in scorsoi attorno al collo del governatore. Quest’ultimo ad esempio si è ben guardato dal rispondere all’esposto indirizzato dalla società di ingegneria Sics proprio alla Regione: esposto che peraltro descrive anche fattispecie potenzialmente rilevanti sul piano penale.

REPLICA STRIMINZITA. Per vero una replica, seppur striminzita, l’amministrazione l’ha comunque apparecchiata. Si tratta di un documento che Taepile.net può pubblicare in esclusiva, nel quale peraltro il responsabile tecnico della struttura di progetto sulla Spv, l’ingegnere Elisabetta Pellegrini, oltre a poche altre considerazioni non pertinenti rispetto al nocciolo della segnalazione, si limita a dire che «non si comprende chiaramente nella esposizione». Un po’ poco per una task force che declamata alla stregua di un dream-team tecnico giuridico, dovrebbe risollevare le sorti di una Pedemontana Veneta oggi sull’orlo dell’abisso.

L'OMBRA DI IMPREGILO. L’altra spada di Damocle che pende sul capo di palazzo Balbi riguarda invece il possibile contenzioso derivante dalle richieste di Salini-Impregilo, uno dei soggetti che partecipò alla gara per la realizzazione del progetto Spv e che fu esclusa dopo un lungo contenzioso giudiziario con Sis, risultata alla fine l’aggudicatrice. In soldoni Salini ritiene che il nuovo accordo giuridico-economico tra Sis e Regione Veneto (del quale a quanto se ne sa è stato votato in giunta solo lo schema ma senza la firma dei privati e senza che la sottoscrizione tra le parti sia avvenuta davanti a un notaio) imponga alla Regione d'indire un nuovo bando. Il motivo? Il nuovo accordo con la Sis cambia in corsa le carte in tavola. Il che non è permesso. Di questa magagna i media veneti hanno parlato in un paio di occasioni.

Nel merito però nessuno si è soffermato sul dettaglio dell’atto redatto da Salini: in gergo giuridico si tratta di un atto di intimazione e diffida, già al protocollo regionale col progressivo numero 101061 in data 13 marzo 2017 (del quale Taepile.net può mostrare in anteprima una copia integrale): «Si intima alla Regione Veneto... - sta scritto in quelle carte - di revocare in autotutela tutti gli atti eventualmente già illegittimamente adottati» e si «diffida la Regione in persona del Presidente e legale rappresentante dal procedere all’adozione di qualsivolglia ulteriore atto finalizzato alla modifica del rapporto concessorio con il Consorzio Sis per la Pedemontana Veneta». Si tratta di parole che pesano come macigni anzitutto per questioni di ordine giuridico. Le parole usate dall’amministratore delegato di Impregilo Pietro Salini costituiscono la formula di rito in forza della quale in presenza di una asserita inerzia del soggetto cui la doglianza viene indirizzata si procede poi con un ricorso alla magistratura amministrativa.

GRANE LEGALI. La legge infatti, soprattutto quando ci si può permettere uno stuolo di luminari del diritto amministrativo come può permettersi un gigante quale è Salini, non solo consente di impugnare uno o più atti. Bensì concede la facoltà di portare davanti al giudice amministrativo anche il soggetto che si ritiene colpevole di una o più inerzie. Di più, l’eventuale mancato adempimento di alcuni obblighi, soprattutto a fronte di continui, formali e ripetuti avvisi, può costituire la premessa anche per inchieste penali da parte delle procure competenti: a partire da quella di Venezia. A questo punto sul tappeto rimane una domanda. Se ciò che scrivono i quotidiani è corretto, Zaia afferma di avere sottoposto la nuova rendicontazione scaturita dall’abbandono della addizionale Irpef, sia all’Anticorruzione che alla Corte dei conti. Sempre Zaia spiega che è in attesa di una risposta di questi ultimi. E che al contempo spera che avuto in poche settimane il nulla osta dei due destinatari procederà alla firma della intesa col privato.

SPV IN GHIACCIAIA? ALEGGIA LO SPETTRO. Ma che cosa succederà se i due enti chiamati a vagliare il rendiconto, sempre che tale iter sia in linea con la legge, si prenderanno mesi su mesi o se addirittura bocceranno la revisione della proposta? Zaia dirà che è colpa di Roma? Per caso si è costruito le condizioni politiche per mettere in ibernazione sine die un progetto che ha un orizzonte sempre più fosco icasticamente ribattezzato dalle opposizioni «Spv Game over»? Più che in un cul de sac la Spv oggi pare una strada senza uscita, una strada chiusa. Dal dietro front alla ritirata il passo è breve.

Marco Milioni
prefatorial Taepile.net

giovedì 13 aprile 2017

Grandi navi, Mognato: «Da Delrio risposte generiche»

«Una questione complessa, che ha bisogno di tempo. E sarà risolta in maniera fluida. Ottimizzando le risorse e senza creare situazioni di conflitto». Cita il neo presidente dell’Autorità portuale Pino Musolino il ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio. Per rispondere in aula alla Camera a una interrogazione presentata dai deputati di Articolo Uno Mdp Mognato, Zoggia, Murer, Bordo e Folino. «Il presidente ha avviato un confronto con le autorità locali», ha detto ieri il ministro in aula, proprio per valutare la percorribilità tecnica delle diverse ipotesi che verranno poi sottoposte al Comitatone». 

Quanto al progetto Venice Cruise 2.0, cioè la proposta di spostare il terminal passeggeri al Lido, il ministro ha proseguito: «Confermo che è intervenuto con prescrizioni il parere favorevole del ministero dell’Ambiente su una delle diverse ipotesi in campo , che saranno comunque sottoposte ai soggetti istituzionali coinvolti». Nessuna decisione, dunque. E un tono che non soddisfa gli interroganti, fino a un mese fa compagni di partito del ministro. «Risposta generica e formale», commenta Michele Mognato, «molto diversa da quella del dicembre scorso in cui il ministro annunciava l’imminente esame di una proposta sul canale Tresse e che la soluzione pronta era quella di Marghera.

«Siamo rispettosi del percorso scelto dal nuovo presidente dell’Autorità portuale», dice Mognato, «ma è necessario confrontare tutte le alternative progettuali, così come votato dal Senato». Questione che fa discutere. Il Comune rilancia la soluzione Vittorio Emanuele, mentre Andreina Zitelli ha presentato un esposto alla Procura per la «non applicazione del decreto Clini Passera». «Bisogna individuare la soluzione disponibile, cioè il progetto De Piccoli», conclude.

Alberto Vitucci
da La Nuova Venezia del 13 aprile 2017; pagina 22

mercoledì 12 aprile 2017

Sambo (PD): tutti i progetti grandi navi siano sottoposti al vaglio Via

«Sulla questione del Canale Vittorio Emanuele sono d'accordo con il Ministro Galletti, il progetto non è ancora stato depositato ma dovrà ricevere, così come è stato per gli altri progetti, un vaglio nazionale in merito alla sua sostenibilità ambientale e dovrà essere comparato con gli altri». È questo il passaggio chiave di una breve nota diffusa alcune ore fa dal consigliere comunale veneziano del Pd Monica Sambo, la quale affronta così l'annoso tema del passaggio delle grandi navi in laguna. «Da sempre ritengo - rimarca ancora Sambo - che lo scavo di nuovi canali o l'ampliamento in modo considerevole di canali già esistenti, sia in grandezza che in profondità, sia un errore per  il delicato equilibrio dell'ecosistema lagunare». Poi un'ultima puntura di spillo nei confronti del primo cittadino Luigi Brugnaro, a capo di una civica alleata al centrodestra: «Ma che uno scavo sia o meno "considerevole" non lo decidiamo né io né tantomeno Brugnaro. Per questo - si legge ancora nella nota - credo che ci debba essere una pronuncia del Ministero sul punto e mi auspico che il progetto passi alla Via così come è avvenuto per il Duferco e il Contorta, quest'ultimo già bocciato».

martedì 28 marzo 2017

Pfas, uno sciopero e una richiesta di danni da mezzo milione di euro sul capo della Miteni


Mentre una delegazione dei lavoratori della Miteni, oggi in sciopero, è partita in pullman alle 12,30 alla volta di Venezia per discutere con la giunta regionale della grave situazione che interessa lo stabilimento vicentino, sul tavolo della stessa giunta nonché della società arriva una richiesta di danni per mezzo milione di euro. Richiesta, inoltrata dalla associazione ecologista «La Terra dei Pfas» da mettersi in correlazione con il maxi caso di inquinamento da derivati del fluoro, i Pfas appunto, che dal 2013 ha pesantemente investito l’industria della Valle Agno nonché tutto il Veneto centrale.

LO SCIOPERO
Lo sciopero di stamani voluto da Cgil, Cisl e Uil si legge in una nota congiunta delle tre sigle è stato proclamato «a sostegno delle richieste più volte presentate all’azienda in termini di investimenti e piano industriale e per manifestare concretamente la forte preoccupazione dei lavoratori Miteni per le problematiche riguardanti la salute, la sicurezza, l’ambiente e l’occupazione... non solo come dipendenti ma anche come cittadini consapevoli dell’emergenza sanitaria ed ambientale che ha coinvolto la popolazione ed il territorio». Quanto alle adesioni gli organizzatori si dichiarano molto soddisfatti «visto che abbiamo toccato quota 80%» spiega Renato Volpiana, volto storico delle rappresentanze interne di Filctem-Cgil (nel riquadro un momento della manifestazione di oggi). Per questo motivo una delegazione di lavoratori nel pomeriggio incontrerà l’assessore regionale all’ambiente, il leghista Giampaolo Bottacin.

LA CITAZIONE
Di ben altro tenore invece è la citazione che nei confronti della stessa amministrazione regionale, in una con la Miteni spa di Trissino, è stata notificata dall’avvocato Giorgio Destro per conto de «La Terra dei Pfas». Si tratta di una richiesta danni, della quale il legale patavino ha dato notizia ieri con una stringatissima nota, per mezzo milione di euro per la quale l’estensore, almeno al momento, non concentra il suo interesse principalmente sul tema ambientale o su quello sanitario ma sul possibile danno morale patito in ragione del patema d’animo cui i potenziali esposti sono stati soggetti anche in ragione dello stillicidio di notizie che ha riguardato la vicenda.

Nell’impostare questa traiettoria Destro cita espressamente la Cassazione civile la quale con la sentenza 2515 del 21 febbraio 2002 ha stabilito che «in caso di compromissione dell’ambiente a seguito di disastro colposo, il danno morale soggettivo... transitorio turbamento psicologico... è risarcibile anche in assenza di danno biologico... lesione all'integrità psico-fisica... o di altro evento produttivo di danno patrimoniale» giacché l’essenza «del danno morale è lo stato di perturbamento psichico, da disagio e preoccupazione duraturi nel tempo».

Nella sua disamina Destro cita altre sentenze della Cassazione, ma il pronunciamento del 2002 è particolarmente stringente perché avvenuto a sezioni riunite per cui non può essere superato da altre sentenze, pur definitive, se non a sezioni riunite, oppure da una successiva norma dello Stato. Detto in termini semplificati la sentenza pronunciata quindici anni fa equivale ad una legge.


LA PROSPETTIVA
Tra le dieci pagine dell’atto redatto da Destro c’è però un altro passaggio importante: «La Regione Veneto, destinataria di tale Nota dell’Arpav, non emetteva alcun provvedimento a salvaguardia della collettività relativamente alle acque irrigue mentre per le sole acque potabili imponeva ai gestori delle acque interessati dalla vasta contaminazione di oltre 180 kilometri quadrati l’adozione di appositi “filtri a carbone”... oggi al centro di numerose critiche da parte dei sindaci dell’area a rischio, circa la loro effettiva efficacia temporale...». Parole precise che per il futuro fanno pensare ad una possibile nuova iniziativa sempre sul piano legale, che però potrebbe stavolta essere incentrata più sul merito sanitario-ambientale. La Terra dei Pfas peraltro sul piano giudiziario si era già mossa con una richiesta di sequestro in sede penale sia con una segnalazione al Csm per presunte inerzie della procura vicentina che sta indagando sul caso di inquinamento. Borgo Berga, non si sa se in replica al clamore suscitato dagli addebiti per una condotta reputata da certuni eccessivamente prudente, di recente aveva nominato quale super-consulente per l’inchiesta in corso il professore universitario britannico Tony Fletcher, considerato uno dei più grandi luminari al mondo il materia: una scelta molto apprezzata dalla sezione veneta di Isde medici per l'ambiente.

Marco Milioni

sabato 11 marzo 2017

L'ora X della Pedemontana Veneta: le carte esplosive del consulente di Zaia

Se non arriverà un aiuto per il concessionario della Pedemontana veneta ovvero la Sis c'è il rischio che quest'ultimo precipiti in una situazione di insolvenza. È questa, alla grossa, la conclusione alla quale giunge il professore Bruno Barel, uno dei tanti avvocati entrati nello team che assiste la giunta regionale del Veneto nella delicatissima partita del reperimento dei fondi per il completamento della Pedemontana.

Si tratta di un passaggio esplosivo non solo perché rende plasticamente l'idea della incapacità del soggetto privato di assumersi gli impegni precedentemente assunti con la Regione. Non solo perché descrive in qualche modo uno scenario che per la Sis che è l'anticamera del fallimento. Ma soprattutto perché tale passaggio dà forza, anche se l'estensore non sembra pensarla così, in modo definitivo alle tesi di chi sostiene che l'aumento della addizionale Irpef da 2-300 milioni (in tutto o in parte destinata alla Spv non conta) allo studio da parte del governatore leghista veneto Luca Zaia, possa configurarsi come una condotta tesa a togliere inopinatamente e con un danno per l'ente pubblico, le castagne dal fuoco ad un privato che non è stato in grado di rispettare i patti già assunti.

Per di più quel passaggio di Barel, che da mesi fa parte ormai de facto della guardia pretoriana di Zaia, se letto integralmente (Taepile.net può mostrarne in anteprima il testo integrale) rende ancora più efficacemente la situazione drammatica che in queste ore si sta vivendo a palazzo Balbi e a palazzo Ferro Fini, sedi rispettivamente della giunta e del consiglio, il quale alle brevi è chiamato a ratificare l'intesa voluta dall'esecutivo. Si tratta di parole che pesano come pietre: «Va anche presa in considerazione anche l'eventualità... non improbabile... che il concessionario venga di conseguenza a trovarsi in condizione di insolvenza, con l'apertura di una procedura concorsuale a suo carico e con possibili... e... probabili... ricadute pregiudizievoli sulle imprese subappaltatrici e sugli altri operatori che sono a vario titolo coinvolti nella realizzazione dell'intervento».

Il passaggio è delicatissimo per due motivi. Uno, a fronte di una tale enunciazione infatti un voto dell'aula potrebbe incappare non solo nelle maglie della giustizia erariale in ragione di un danno potenzialmente patito dall'erario pubblico in ragione di una sorta di salvataggio messa in piedi anche o solo per evitare la debacle del concessionario e dei subappaltatori. Due, la cosa potrebbe anche calpestare la norma penale se per esempio emergessero situazioni di convergenza fra gli interessi di chi a vario titolo sostiene l'intervento della Regione e gli interessi di chi in qualche modo dal salvataggio pubblico beneficerebbe in modo più o meno indebito. Il che non vale solo per la questione delle commesse, ma anche e soprattutto per quanto riguarda l'immane risiko urbanistico che, anche alla luce delle nuove norme regionali in tema di gestione del territorio, si sta materializzando attorno ai cento kilometri della Montecchio Maggiore - Spresiano tra le province di Vicenza e Treviso.

Questa girandola di circostanze ha messo in ambasce una parte del consiglio regionale, pure fra la maggioranza di centrodestra, soprattutto da quando a palazzo Ferro Fini si è sparsa la voce di una serie di denunce, anche penali, che sarebbero in arrivo. Alle quali si somma il  pesantissimo esposto indirizzato a Zaia da uno degli ex partner di Sis; esposto che nell'entourage del governatore ha prodotto ansie e apprensioni.

È vero d'altro canto che nel proseguo della sua relazione Barel invita l'amministrazione regionale a scendere in campo per sostenere de facto il privato, ma è altrettanto vero che il ragionamento del noto giurista trevigiano (insegna diritto internazionale all'Università di Padova) è molto centrato su una analisi di tipo prudenziale tesa a scongiurare, quello che ritiene essere il male minore e a evitare il contenzioso, piuttosto che a concentrarsi fino in fondo sulle responsabilità del privato. E per suggerire alla giunta il modo migliore per muovere contro lo stesso privato nelle aule giudiziarie.

Ad ogni buon conto detto in altri termini Barel non ragiona solo o in primis in termini di diritto ma compie una notevole digressione anche in termini di opportunità: una sfera che invece dovrebbe essere pertinenza della politica. Tanto che sembra lasciare sullo sfondo un principio base che governa o dovrebbe governare l'amministrazione della giustizia, della cosa pubblica, ma che dovrebbe essere soprattutto alla base di qualsiasi ragionamento etico-politico: il principio per cui chi è responsabile di qualsivoglia condotta difforme dal solco della norma deve pagarne sino in fondo le conseguenze.

Di questo iato comunque è consapevole lo stesso avvocato tanto che al punto cinque della sua digressione (protocollo 86026 in data 02-03-2017) è costretto ad estrinsecare il suo vero pensiero: «La gravità dello scenario delineato sopra, gravido di incertezze e rischi difficilmente stimabili, sia di ordine finanziario e giuridico, che di natura sociale ed economica, per la generalità dei territori e delle comunità, giustifica ampiamente ogni possibile tentativo di cercare rimedi alternativi». Un convincimento appena appena temperato dal passaggio successivo: «Naturalmente, ogni misura di riequilibrio del Piano economico finanziario... che costituisce parte integrante della convenzione di concessione... dovrà risultare conveniente per l'ente concedente, rispetto al rischio di domanda gravante sulla Regione in base al Piano economico finanziario originario, e compatibile con le risorse finanziarie pubbliche ragionevolmente disponibili o reperibili, in modo da non far ritenere preferibile... seppure in guisa di male minore... l'interruzione dei lavori, per quanto traumatica».

Ed è con questo ultimo passaggio che in realtà Barel propende per lasciare comunque l'ultima parola al decisore politico-amministrativo, ovvero giunta e consiglio. Per vero la disamina del docente, che è storicamente un consulente della Regione, porta con sé un vizio "filosofico". Visto che viene meno in questo senso il criterio per cui i migliori pareri si formano sempre in ossequio al contraddittorio tra parti contrapposte. A questa lacuna avrebbe potuto, almeno in parte visto che è comunque un soggetto legato alla amministrazione regionale, provvedere il nucleo di valutazione strategica, il Nuvv, il quale però, come già emerso dalle carte agli atti del Consiglio regionale non ha più di tanto fatto le chiose alle tesi del docente patavino.

Su tutto però rimane un'altra questione che in queste ore non è entrata nell'agenda ufficiale del dibattito, ma che sta invece prendendo corpo nei corridoi della politica veneta. Se la Spv andasse gambe all'aria, almeno nel suo percoso attuale, rischierebbe l'osso del collo solo la Sis, solo i subappaltatori o gli altri "subcontractor" o ci sarebbero rogne di ogni tipo per chi magari si è già indebitato con banche o altri enti per acquistare od opzionare aree oggi verdi sulle quali potrebbero poi svilupparsi altre previsioni di piano proprio in ragione del tracciato dell Spv? Che cosa intende Barel, che peraltro di mestiere fa anche il manager immobiliare con la società Numeria, quando parla di «generalità dei territori e delle comunità»? In questi giorni convulsi c'è qualche big della politica veneta o dell'imprenditoria alto di gamma che si trova fra l'incudine e il martello o peggio sotto ricatto? E se sì chi è?

martedì 28 febbraio 2017

Libia connection: dalla camorra alla mafia veneta passando per il Copasir... e per l'Iran

L'affaire Libia connection, sul quale indaga la magistratura napoletana, non solo ha investito il Copasir, ma da qualche giorno è sbarcato anche su alcuni media internazionali come China.org e Thedailybeastcom: una girandola di intrighi dalla quale spunta pure una propaggine veneta mentre a fare da contorno rimane un traffico d'armi che avrebbe avuto in Iran uno dei punti della triangolazione. Per quanto riguarda il Copasir da giorni diverse forze politiche chiedono al deputato M5S Angelo Tofalo, che siede appunto nel Copasir, ovvero l'organismo bicamerale di vigilanza sull'intelligence, di chiarire la sua posizione dopo, che il suo nome è stato tirato in ballo proprio in una storiaccia di traffico internazionali di armi. 

La situazione nel Paese nordafricano è tesissima anche in ragione dei rilevanti interessi energetici e geostrategici di contorno. L'Italia ha deciso da alcuni mesi di appoggiare un governo riconosciuto dall'Onu. Ma in realtà in quella che fu l'ex colonia italiana i governi autoproclamati sono almeno un paio in una nazione dominata ancora da divisioni di tipo tribale, riesplose dopo la morte del dittatore Mu'ammar Gheddafi. Ad interessare i media in modo particolare sono i contatti che Tofalo avrebbe avuto con l'ex premier libico l'ex premier libico Khalifa Ghwell, che ad inizio gennaio annunciò alla stampa locale una sorta di golpe soft del quale non si è ancora capita l'entità. Ed è in questo frangente che si cerca di capire quale sia stato il ruolo di Tofalo. Tra alcuni deputati del Copasir il timore, tutto ipotetico e tutto da provare, circola a mezza bocca; un timore per cui lo stesso Tofalo abbia potuto fungere da ufficiale di collegamento col crisma del parlamento, di un traffico d'armi da collocare in qualche modo in uno scacchiere più ampio, magari con la complicità di pezzi deviati degli apparati italiani. In questo caleidoscopio non vanno dimenticati tra l'altro i rimbrotti di Ghwell, che accusa l'Italia di interferire in modo inaccettabile nella politica interna libica. Accuse che riprendono paro paro gli addebiti di Khalifa Haftar, il generale a capo di una delle entità governative, quella di Bengasi, che al momento si dividono lo scacchiere libico. Haftar non viene ben visto da una parte delle cancellerie europee perché avrebbe seguito una politica troppo filo russa e poco attenta ai desiderata della Nato, che con l'Europa ha uno stretto legame. Ma al contempo però da quegli stessi ambienti diplomatici viene riconosciuto ad Haftar un più convinto e sincero impegno contro l'Isis rispetto a quello messo in campo dal governo libico riconosciuto dall'Onu, ovvero quello capitanato da Fayez Sarraj.

Lo stesso generale fra l'altro intervistato dal Corsera spiega o da ad intendere di godere di ottime relazioni in seno alla diplomazia e alla intelligence occidentale, anche Italiana. Ed è in questo gioco di specchi che riflettono all'infinito una situazione tanto fragile tanto mutevole che si inserisce la vicenda Tofalo. Il sodalizio che sarebbe stato vicino a Tofalo avrebbe agito per conto di chi? Per conto di qualche entità libica? Oppure avrebbe agito in proprio solo con fini di profitto legati alla vendita di armamenti? E chi in qualche modo avrebbe messo in collegamento Tofalo col sodalizio che è accusato dalla procura di Napoli di trafficare armi oltre il Mediterraneo? Al momento il ginepraio pare inestricabile. Ma alcuni effetti si sarebbero già avvertiti: da ambienti vicini ai servizi sarebbe filtrato fino al Copasir un avvertimento preciso. Senza le dimissioni di Tofalo non ci saranno più notizie sensibili che arrivano sui banchi dello stesso Copasir per il timore che finiscano poi nelle mani sbagliate.

C'è poi un aspetto singolare da tenere in considerazione. L'inchiesta di Napoli è la prosecuzione diretta, così scrive Repubblica.it, di un altro filone sempre partito dal capluogo campano, che aveva indagato ambienti della Camorra che sarebbero stati interpellati da soggetti legati alla mafia veneta o mala del Brenta, proprio con lo scopo di fornire ai veneti il materiale per il traffico. Una parte di quella inchiesta era stata raccontata in un memorabile documetario di Report curato da Sigfrido Ranucci. Durante il quale erano emersi legami internazionali, transazioni finanziarie spericolate e rapporti con le imprese italiane dell'orbita governativa che si occupano di sicurezza. Uomo chiave di quel reportage (riandato in onda di recente quasi a furor di popolo) è Andrea Pardi. Quest'ultimo dopo le rivelazioni di Report è stato arrestato alla fine di gennaio dalla Guardia di finanza di Venezia su ordine della procura di Napoli proprio nell'ambito dell'inchiesta sul traffico internazionale di armi. La notizia dell'arresto di Pardi aveva fatto il giro dei media nazionali che parlano di affari con Iran e Libia.

martedì 21 febbraio 2017

Padova, le primarie non si fanno più: Giordani resta con i centristi e Coalizione vota Lorenzoni

Le possibilità che Pd e Coalizione Civica trovino un accordo per scrivere assieme il programma e scegliere un candidato sindaco unitario sono infatti ormai ridotte al lumicino. E così, se non ci sarà un repentino cambio di rotta entro la fine di questa settimana, Sergio Giordani e Arturo Lorenzoni correranno da avversari alle amministrative in calendario tra la metà di maggio e quella di giugno, regalando in questo modo un innegabile vantaggio non solo all'ex primo cittadino leghista Massimo Bitonci, ma anche a quello che sarà (il suo nome dovrebbe essere svelato tra una decina di giorni) il portabandiera del M5S. Quella di ieri, peraltro all'indomani del netto successo del professor Lorenzoni alle primarie interne di Coalizione Civica, in cui il docente universitario di Economia Applicata ha sbaragliato la concorrenza del filosofo Umberto Curi e della segretaria provinciale dell'Anpi Floriana Rizzetto (820 persone al seggio del ristorante Ca' Sana di via Santi Fabiano e Sebastiano, 581 voti per Lorenzoni, 184 per Curi e 52 per Rizzetto), è stata una giornata a dir poco tesa e frenetica.

In particolare dalle parti di via Beato Pellegrino, quartier generale dei democratici, dove a tarda sera il segretario cittadino Antonio Bressa ha riunito la direzione del partito e posto in discussione un documento che, in parole povere, suonava più o meno così: «Siamo sempre stati aperti al dialogo nei confronti degli amici di Coalizione Civica, tanto che abbiamo aspettato che concludessero il loro lungo percorso con le primarie interne di domenica. Da loro però - ha sottolineato Bressa, al cui fianco paiono rimasti soltanto il suo vice Nereo Tiso, il segretario provinciale Massimo Bettin, l'ex vicepresidente del consiglio di Palazzo Moroni Andrea Micalizzi, i senatori Giorgio Santini e Gianpiero Dalla Zuanna e il consigliere regionale Claudio Sinigaglia - sono arrivati dei veti inaccettabili verso alcune figure che hanno contribuito con noi alla caduta anticipata di Bitonci». Nel dispositivo messo in votazione da Bressa,è chiaro il riferimento al cosiddetto fronte moderato di centrodestra che, guidato dal sottosegretario di Ncd Barbara Degani e dal capogruppo uscente di Rifare Padova Antonio Foresta, ha già conferito il suo appoggio a Giordani. «Bitonci è in campagna elettorale da tre mesi, dato che sta battendo la città bar dopo bar - ha evidenziato il segretario democratico - E noi non possiamo permetterci di perdere altro tempo».

Traduzione: la data delle elezioni è sempre più vicina ed è ormai troppo tardi per fare le primarie. E quindi l'unica offerta avanzata dal Pd a Coalizione Civica è quella di un ticket Giordani-Lorenzoni: «Se Sergio, come tutti ci auguriamo, diventerà sindaco della nostra città - questo il senso delle parole di Bressa - Arturo sarà il suo vice». L'ipotesi, nel vano tentativo di evitare la frattura del centrosinistra che ha già condannato le elezioni del 2014, è però stata maldigerita non solo da tanti democratici presenti alla direzione (in primis dal capogruppo uscente Umberto Zampieri, dagli ex consiglieri Enrico Beda e Jacopo Silva e da parecchi coordinatori di circolo). Ma pure (e soprattutto) dal movimento lanciato da Padova 2020 che non a caso, nel pomeriggio, ha diffuso una nota indirizzata al Pd domandando «formalmente di concordare data, ora e luogo al fine di realizzare un incontro per confrontarsi in via ufficiale e con spirito costruttivo sul percorso in vista delle prossime amministrative». Una richiesta esplicitata così dallo stesso Lorenzoni: «È stato Giordani, non più tardi di un mese fa, a dirsi disponibile alle primarie di centrosinistra tra Pd e Coalizione Civica. Dunque incontriamoci - l'appello del professore - e stabiliamone data e regole: l'unità fra noi è infatti la strada maestra per non far rivincere Bitonci. Altri tipi di accordi, fatti a freddo, fra pochi e senza consultare la base, avrebbero invece soltanto l'esito di allontanare da noi il nostro elettorato. Le primarie, in cui lo sconfitto sosterrà lealmente il vincitore, sono l'unico percorso virtuoso e trasparente per arrivare assieme al governo di Padova». Un richiamo, quello di Lorenzoni e di tutta Coalizione civica, destinato quasi certamente a cadere nel vuoto. 

Davide D'Attino
da Il Corriere del Veneto del 21 febbraio 2017, edizione di Padova; pagina 14